Pagina:Fingal poema epico di Ossian.pdf/33

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Svarano, che dal virtuoso Cucullino. Ma questi almeno non l’insulta villanamente come fa quel brutale d’Idomeneo col generoso giovine Otrionèo nel XIII dell’Iliade.

(22) Cento martelli sembrano piccola cosa dopo tanto fracasso. Però il poeta non intende qui di spiegare la grandezza del rimbombo, ma solo il frequente e vicendevole rimbalzo dell’eco; nel qual senso la comparazione ha tutta la proprietà.

(23) Dopo averci messi in un’aspettazione sì grande, il poeta ci pianta, e copre la scena. Questa è una crudeltà molto artificiosa. Ella attacca, e tiene in moto lo spirito: delude la curiosità per eccitarla maggiormente, e per soddisfarla a suo tempo con maggior diletto.

(24) Non ci volea meno per prepararci a una risposta così brutale.

(25) Il Vico riconoscerebbe con piacere nella cruda selvatichezza di costui que’ primi Polifemi, che, secondo Platone, erano i capi di famiglia nella natura selvaggia, e viveano nelle loro grotte, ricusando qualunque commercio e società. Nec visu facilis, nec dictu affabilis ulli. Abborre tutto quello che non è suo, e si fa centro della natura. Il mattino non ha altro ufficio che di servir alla sua fierezza. L’oriente appartiene a lui. Se il sole spuntasse dall’Irlanda, l’abborrirebbe come suo nemico. Il suismo di questo gran carattere ciclopico, e la stranezza che ne segue sono scolpiti con una forza che sbalordisce.

(26) In due sillabe che gran senso! Notisi la naturalezza e la disinvoltura del passaggio per introdurre il seguente episodio.

(27) Se qualcheduno domandasse qual relazione abbia quest’episodio con l’azione principale, si può rispondere che nelle parti oziose di un poema il poeta è libero d’inserirvi quelle descrizioni che gli sembrano più naturali e opportune. Quindi in tutti i poemi veggiamo gl’intervalli dell’azione riempiuti con giochi, feste, sagrifizii, e altre cose relative ai riti, agli usi, e ai trattenimenti di quella nazione. Ora bisogna mettersi seriamente nello spirito, che il canto appresso i Celti era tutto, e che nulla si facea senza il canto. Il passar la notte fra i canti era costume solenne ed universale. Le loro istorie, la sacra memoria dei lor maggiori, gli esempi degli eroi, tutto era confidato alle canzoni dei bardi. Il bisogno, il diletto, la gloria, la pietà, il dovere, tutto cospirava a fomentar in quelle nazioni il violento trasporto che nutrivano per la poesia. Ora se i canti dei bardi aveano tanti diritti per essere introdotti nel poema di Ossian, e se il canto, come tale, non ha veruna relazione al soggetto, io non ci veggo maggior necessità che le storie contenute in quei canti debbano riferirsi al medesimo. Ma se alcuni dei canti