Pagina:Fior di Sardegna.djvu/45

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un’ora, che il sogno ricominciava e l’ideale tornava a sorriderle nel pensiero, a farle scordare il suo presente annoiato e monotono.

Ma come si fa, come si fa a non sognare l’amore allorchè si è fanciulle, per quanto istruite e superiori alle altre? Si può forse vincere l’istinto, il carattere, la natura delle cose? Come poteva Lara resistere ai sogni allorchè si trovava sola sola per ore intere accanto alla finestra, ricamando o facendo la calzetta, davanti al cielo azzurro e sereno, davanti alla valle, alle montagne olezzanti nel silenzio verde della solitudine primaverile mentre tutto, i fiori, gli uccelletti, il cielo, parlava di amore e di speranza? Come non sognare nelle notti cupe di inverno quando fuori urlava la procella e dentro il gran fuoco crepitava nel camino nero e i servi narravano le forti leggende della montagne di Barbagia e di Gallura, tutte dame, fate e cavalieri? Come non sognare nei crepuscoli di smeraldo di autunno o nelle notti azzurre di estate, quando sui cieli d’ambra, nella lontananza misteriosa e profumata, saliva un canto d’amore, triste, appassionato, ora alto e fremente e vicino come lo scoccare di un bacio di fuoco fra quattro labbra di rosa, ora lontano, vagante, indistinto come un sussurrio di parole arcane, misteriose, di cui non si puossi cogliere il significato e che pure fanno battere il cuore e splendere gli occhi attraverso le ciglia abbassate? Come, come non sognare?... e Lara rideva dei suoi sogni, eppure vi si abbandonava con intensa voluttà!... Sognava sempre nel crepuscolo di rosa nel meriggio di oro, vagante fra i roseti dell’orto e l’erba delle campagne, sdraiata sulla panchina di pietra sotto i pergolati, mentre le cantine scintillavano d’oro al sole, e le foglie della vite si disegnavano come arabeschi di seta verde sullo sfondo di una splendida volta azzurra, sul davanzale della sua finestra, nell’oscurità notturna della sua camera e nello splendore delle campagne inondate di luce, sognava sempre e attendeva. Ma i giorni, i mesi passavano, l’uno eguale all’altro, monotoni,