Pagina:Fior di Sardegna.djvu/47

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Pasqua, quasi avesse voluto affogare nella spensieratezza infantile la malinconia di un pensiero fisso, tristo e sconfortante.

La domanda del vecchio ufficiale divertì assai Lara: in fondo in fondo ne provò un acre disgusto, una pessima delusione, perchè invero l’ufficiale non aveva nulla che fare col suo ideale; ma poi questo incidente la confortò e la mise sopra pensiero. Se la chiedeva in isposa, significava che non era più considerata come bambina, ma come donna. Ergo... bisognava adottare l’abito lungo, non giocare più con le piccine e aspettare con più forte e ben profilata speranza, fidando nell’avvenire...

E l’avvenire venne, il triste, terribile avvenire, con le prime delusioni, con la sferza che sprezza i sogni e coi sogni i cuori.

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Quell’anno Lara cadde ammalata: donna Margherita, che, come dicemmo, adorava le figlie benchè loro nol dimostrasse, promise di far la novena a Nostra Signora della Neve, purchè Lara guarisse: i medici invece consigliarono di condurla ai bagni di mare se realmente la si voleva guarita, e i bagni furono fissati prima della novena. — Si chiacchierò a lungo quali bagni si dovevano adottare, o quelli di Cagliari o di Alghero, oppure quelli di Gonone, nè si sapeva quali scegliere, allorchè, interpellato Ferragna, questi propose i bagni quasi sconosciuti di una piccola rada al nord-est dell’isola, vicini ad un villaggio di cui ora mi sfugge il nome. — Là, — disse Marco, — il caldo non è asfissiante, come negli altri bagni, il sito è pittoresco, tranquillo, perchè solo due o tre famiglie possono a volta a volta abitare nel microscopico stabilimento eretto in riva la mare. Là la nostra piccina,(così chiamava Lara) che è di carattere romantico e nervoso, si ristabilirà più presto fra il silenzio e la poesia della costa veramente bella. — Non è vero, mia piccola Lara, — chiese Marco alla fanciulla,