Pagina:Fior di Sardegna (Racconti).djvu/109

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Massimo balzò in piedi e corse incontro ai due importuni, due esseri bizzarri dai «soprabiti» di pelli nere di pecora con la lana lunga dieci centimetri, le vesti nere di sudiciume, i volti poco simpatici, contornati da lunghi capelli neri arruffati. Tornarono indietro e Massimo li accompagnò per un tratto: ciò che dissero, Lara non l’intese: però vide bene che si allontanarono premurosamente. Quando ritornò presso la fanciulla, Massimo la trovò piangente disperatamente.

— Ebbene? Perchè piangi? — le chiese sollevandole la testa con la mano.

— Sono perduta! — rispose Lara. — Stasera stessa mio padre saprà tutto! Sono perduta! Sono perduta!

Singhiozzava e le lagrime le inondavano il volto pallido. Ciò che provò Massimo nel veder piangere cosi la sua diletta non era certo un sentimento di gioia: sentì anch’egli un vago terrore e guardò con dolore la disperazione di Lara.

Quella piccola creatura, a cui tutto doveva sorridere, piangeva come colta da una terribile sciagura... piangeva per lui che non poteva dirle: Taci! domani sarai felice!

Non potè resistere. La prese fra le braccia e stringendola al suo cuore, le copri il volto di baci ardenti, asciugandole le lagrime con le labbra e cercando di rassicurarla.

— Non piangere, Lara, non piangere! Non aver paura! Non ti hanno riconosciuta, e quando anche ciò fosse, non parleranno... te lo giuro, non parleranno! Taci, Lara mia, non piangere, mia adorata Lara, non piangere... E' inutile! Come tremi! Hai freddo? Ah, sei malata... quanto sono miserabile! ti ho resa infelice... io che vorrei vederti felice e lieta come una regina... Forse m’odierai... ti sei già pentita d’esser venuta, non è vero?... Perdonami! Ah, dimmi che mi perdoni... non piangere.... Lara! Come potrei vivere, se tu mi odiassi? — Suvvia, taci, dimmi che mi perdoni... Lara? non mi senti? Parla! Guardami almeno!... Lara! Lara! se tu sapessi come t’amo!...

Parlò cosi per un quarto d’ora con frasi tronche, ansanti, coprendo di baci la fanciulla che lasciava fare, sempre piangendo, tremando come le foglie degli elci scos-