Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/207

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A cotal dire il giovene arrossito
fra gli altri si ritrasse al Mastro dietro,
giá fermo a seguitarlo e stabilito,
giá fatto marmo, ch’ora fu di vetro.
Iesú non piú s’ indugia, ma sul lito
le turbe lascia e, nel battei di Pietro
scendendo con que’ pochi star vi ponno,
chinossi e l’uman parte diede al sonno.
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Da poppa Andrea, da prora sta Giovanni,
e questo e quello il mar solcando varca;
l’ardente Pietro de’ suoi propri panni
compose un seggio in mezzo de la barca.
Ivi, perché non hanno sedie o scanni,
dormia de l’universo il gran Monarca:
dormia sedendo, e lui che ’l mar, la terra
e sempre vede il ciel, qui gli occhi serra;
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serra gli occhi dormendo, e de la stessa
sua bianca mano fassi un capezzale.
Giá di minute stelle carca e spessa
tace la notte intorno, e ad alto sale.
Dal dolce peso leggermente pressa,
la navicella fende l’onda eguale,
tranquilla si, ch’andar senza rumore
parean su l’olio od altro tal liquore.

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Fra tanto l’aquilon da l’alto giogo
il Domator del mar vede assonnato:
muovesi ratto e con tonante fuogo
il laco ha giá sosopra rivoltato.
Cosi ’l fanciul, se dorme il pedagogo,
gitta l’odiato libro e corre al prato
e favvi quelli eccessi che non mai
faria, vegghiando quel che gli dá guai.