Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/209

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24
Non obliando in tutto alfin le prove
fatte dal lor Maestro in terraferma,
speran (ma molto in forse) ch’esso, dove
sia desto, il simil faccia in l’onda inferma.
Nuovo consiglio dunque allor si move,
se dissonnarlo denno, e si conferma.
Pietro toccollo e disse tutto gramo:
— Serbateci, Signor, che s’affogamo! —
25
Alzò quel gran prudente in un momento
dal sonno gli occhi e da la mano il volto:
— E perché avete voi si gran spavento?
e qual tiranno m’ebbe cosi tolto
da vostra fé, che ’l mormorar d’un vento
v’abbia sfidati e tengavi sepolto
puel mio valor, quel ben, quel paragone
mostratovi a sanar tante persone?
26
Spiacemi forte in voi questa viltade,
vizio disconcio troppo a l’onor mio,
vizio che non per vento o pioggia accade,
ché venti e piogge vengono pur da Dio;
ma poca è vostra fé: chi la vi rade
si di leggér dal senso? chi ’n oblio
mandavi l’opre tante, i segni tanti,
c’ho fatto e faccio e son per farvi avanti? —
27
Cosi lor disse. Né piú tardo al detto
fu ’l gir del vento e ’l ritornar le stelle:
anzi cangiarsi a quel divino aspetto
vider le facce di si brutte in belle;
non è piú mar, ch’intorno al batelletto
con le sue bianche pecore saltelle.
Tal meraviglia le lor menti eccede,
ch’entro non cape quanto fuor si vede.