Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/231

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


112
Pregavan loro, e piú l’iniqua setta
de’ sacerdoti, per intender chiara
la cosa, ove si fosse alfin ristretta,
s’è morta o se da morte si ripara.
Ma non vien lor ciò fatto, ch’ognun stretta
la bocca tien, com’ubedir s’impara.
E ’n questo tanto in sul montar d’un ponte
duoi ciechi a lunge sollevar la fronte.
113
L’oscura fronte sollevar lontani,
ch’appropinquar no’ ’i lascia il numer grande:
danno a lor guide le sinistre mani,
e vanno ove la fede par che ’i mande,
la qual promette a loro che fien sani
da Quel che ’l suo tesoro a tutti spande.
Giá de l’albergo giunti in su le porte:
— Miserere di noi ! — gridavan forte.
114
Quest’era un domiciglio stretto e basso,
ove ’l Fabro del ciel solea talotta
riducer a posarsi il corpo lasso,
come fan gli animali o ’n nido o ’n grotta:
stanze di marmo o d’altro vivo sasso
dimette a voi, mondani, che corrotta
la mente avete in fugitive pompe,
che ’n sul piú vago fior morte trarompe !
”5
La Bontá senza esseinpio, e de la vita,
Iesú, fontana, vede gli orbi e parla:
— Credete voi ch’io possa la smarrita
luce tornar? — Risposer: — Non tornarla,
ma l’alta tua potenzia eh’ è ’nfinita
può piú del sol sei volte incolorarla! —
Per tanta fede allor quelle palpèbre
toccò con mano e scosse le tenèbre.
T. Folengo, Opere italiane - n.
15