Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/63

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Fra questi giorni a Zacaria, secondo
l’angelica impromessa, il figlio nacque;
ove ’l popol concorre assai giocondo,
eh’ un tanto duon celeste a ciascun piacque.
Poi, giunto il tempo che ’l fanciullo immondo
si circoncida, il padre non piú tacque,
ma con lingua parlò spedita e sciolta,
la qual fin su quel punto gli fu tolta.
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Dico, poi ch’a la moglie, giá concorde,
che ’l figlio avesse nome Giovan scrisse,
la bocca muta con l’orecchie sorde
aprendo, al sommo Padre benedisse,
cantò con voce a le sonore corde
l’alta canzon, che da quell’ora visse
e vivrá sempre scritta lá su d’oro,
qua giú d’inchiostro in questo ed in quel coro.
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Era quella stagion fiammata ed arsa
che ’l sol verso Leon va tardo e pegro:
taccion i venti, ed ha di polver sparsa
la vesta il viandante asciutto e negro;
stride la cicaletta e l’ombra scarsa
copre ’l pastor a pena, afflitto ed egro,
il qual co’ bòi si lagna di quel mese
ch’arse gli fonti e le moli’ erbe accese:
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quando de le sacr’onde l’inventore
Giovanni nacque a porger larghe vene,
ch’empiano arsicci petti di liquore
e faccian ravivar le morte arene,
acciò che ’l succedente Salvatore
ritrovi d’erbe e fiori Palme piene,
ove d’alto spargendo sue parole
esso sia lor la pioggia, esso sia ’l sole.