Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/65

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Chiama di Paolo rinfiammato senso
(né vien se non da rari spirti inteso),
chiama che ’l divin stato è troppo immenso
e de l’ umane forze maggior peso:
chiunque il cor ha vago e molto intenso
di pervenir nel raggio a sé conteso,
sol per divin giudiccio intende manco,
piú ch’ai saper si tien spedito e franco.
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— Uomo, chi sei? perché superbo vai,
quando ch’ir ne derresti umile e piano?
non sai che men prevedi (e meno assai)
d’ogni animale il tempo e stato umano?
Qui taccio mille essempi, ch’un sol n’hai
vilissimo degli altri, che né mano
né guancia la moschetta mai ti punge
che ’l ciel non piova e ’l sol non fugga lunge.
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Che dicer vo’ de’ naturali indici,
via piú ch’ai nostro ingegno, al lor concessi,
se gli altri stati, o turbidi o felici,
antiveggon porgendo segni espressi
e (piú dirò!) gli scogli e le pendici,
manche di senso, fan che di noi stessi
vergognamo talor, ch’ebbon previsto
e nato e morto e suscitato Cristo?
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Però che, ’n quella sacrosanta notte
quando la Vergin madre in uno istante
da l’ interne sue stanze ed incorrotte
posato aver si vide il santo Infante,
cadder in molti luoghi sparse e rotte
le statue de’ demòn, ch’a l’uomo innante,
quantunque accorto e savio, eran dricciate
da lui nel tempio ad esser adorate.