Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/80

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Da paventosa lepre e da coniglio
vive (se vive pur) chi signoreggia
con crudeltá, per lo mortai periglio
che nel centro del cor sempre amareggia.
Non ha finito poco piú d’un miglio
che, fra la gente che dal monte ondeggia,
vede lontan tre coronate teste
con lor eburni scettri e ricche veste.
21
Son tre canuti, venerandi e gravi,
Gasparro, Melchiore e Baldessaro,
giustissimi signori acconci e savi:
sciolti d’ogni pensier crudel e avaro,
han si le cose a mano, se le chiavi
tenesser di natura e secretaro
fosse del sommo Dio ciascun di loro.
E da suo’ campi vengon gemme ed oro;
22
e gemme ed oro vengon da le rene
lá ’ve di Febo i rai previen l’aurora:
d’incenso, d’aloè, di mirra piene
son le campagne donde il ciel s’onora;
e, s’ogni fama è vera, ivi conviene
da poi miU’anni si ravivi e muora
ed or ringiovenisca ed or rinvecchi
l’unico augello agl’ infiammati stecchi.
23
Han d’erbe e piante, han d’animali e pietre,
hanno di stelle ogni notizia vera:
però son maghi. Non che l’ombre tetre
chiamin con versi da la tomba nera;
par eh ’essa Arabia sola un duono impetre
dal ciel, d’oltrapassar l’ottava spera,
e trarne le cagion de venti e tòni,
folgori, piogge ed altre passioni.