Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/87

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Credette il volgo a l’incredul tiranno
e si fidò d’un corruttor di fede.
Le madri han giá lor peso in collo e vanno
con lieto volto e frettoloso piede:
ciascuna orna piú il suo per suo piú danno;
ché qual Erode molto ornato vede,
tien cor di farne strazio e notomia
pere’ ha sospizion che Cristo sia.
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Dissi che ’l populazzo gli credette,
il quale a prove tante ben potea
imaginar che ’l lupo aver mal nette
l’unge del sangue altrui sempre godea.
Ma gli animi non ciechi portan strette
le spalle a capo chin, ché non si crea
pensier si folle in questo petto e in quello
ch’abbian di ciò a sperar se non flagello.
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Sciocca, per certo, e mal pensata scusa
fu quella del tiran, re degli scarsi!
E chi non sa che ’n corte mai non s’usa
portar fanciul, che ’n piè non sappia starsi?
E pur, se in questo è si di mente ottusa,
eh ’un spedai vogli di sua corte farsi,
o mille madri o mille balie a loro
faran bisogno e spendervi un tesoro.
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Chi crede in uomo avaro splender questo,
cred’anco fuor di fango viver rana:
del lupo il vezzo è troppo manifesto,
non vi si può fondar chi ha mente sana:
ch’esca di sangue un mar credrá piú presto
(cosa che nuova in lui non è né strana),
ed un indiccio a tutto ciò s’aduna,
che fama era di Cristo esser in cuna.
T. Folengo, Opere italiane - 11.
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