Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/90

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


60
Giá vien di qua di lá piú chiaro il suono
del venuto Messia scotendo i cuori;
ma non però di parlamenti sono
se non sepolti e taciti rumori,
promesso a larghe lingue e largo duono:
frutto ch’hanno le corti de’ signori.
Non osa il citadino aprir la bocca
che mille strali vede in su la cocca.
61
Madonna con Ioseppe il suo tesoro
tien quanto può dagli occhi altrui distante:
non de le verghe, dico, e duon de l’oro
ch’offerto gli hanno i magi poco avante,
ma quel fígliuol s’è la ricchezza loro.
Né sanno ancora del periglio istante;
onde sicuri al tempio se n’andáro
e de le non sue macchie si purgáro.
62
La legge a questo far gli astrinse, non che
bruttasse lor qual sia picciola macchia.
Ma tutte fór le occasioni tronche
al mal giudeo, di campami cornacchia:
ch’ov’esso gremir voglia con le adonche
sue branche il carnai senso, abbaglia e gracchia:
qual cane abbaglia, e gracchia qual cornice
di retro a l’armelino e a la fenice.
63
Cadde la legge in l’uomo, acciò madrigna
gli fosse mertamente acerba e dura,
perché l’ingrato, essendo de la vigna
eletta fatto erede a gran ventura,
fe’ come bestia nel desio maligna,
che sprezza l’orzo e segue altra pastura;
e questo avien, ché troppa morbidezza
fa calcitrando romper la capezza.