Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/91

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Però n’ebbe gran scorno e tal emenda,
che di si bel, che di si altier corsèro,
levatagli l’usata sua prevenda,
discese ad esser brutto e vii somèro.
Ma perché nten difficile s’intenda
quel che le rime dicon men intiero,
risposta mi sovien, che ’l Salvatore
giá fece a non so qual falso dottore.
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Un uom scendea da l’inclita citade
Gierusalemme a Ierico per gire;
e mentre vavvi, traviando, cade
tra malandrini u’ non si può schermire:
l’han giá spogliato, e con pugnali e spade
di qua di lá si ’l presono a ferire,
tal che, di piaghe tutto impresso e carco,
esso di morte si trovò sul varco.
66
Scorre di sangue a vene sciolte un rivo
e l’alma per migrar venuta è al manco.
Arriva un sacerdote e mezzo vivo
il vede ansar con volto afflitto e bianco:
via se ne passa, come quel eh’ è schivo
mirare altrui morendo trar del fianco;
ed un levita similmente aggiunge,
che quanto fuggir può sen fugge lunge.
67
Manca la voce al petto e ’l lume agli occhi
onde veda chi passa, e chiami e preghi
che d’una ripa giú si lo trabocchi
o per pietá quel mar di sangue leghi.
A fin d’amor fu l’alma e i sensi tócchi
d’un pio samaritan, che, senza preghi,
per sé, quinci passando, sollevollo
non lontan sul suo ronzin portollo.