Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/95

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80
Levasi un pianto al ciel dirotto e strano:
il re stassi a mirar dal crudo soglio.
Quel veder presso, quel sentir lontano
so ben che di pietá romprebbe un scoglio:
e pur quel core altier, quell’ inumano
s’enfia piú d’ira e scoppia piú d’orgoglio;
mira d’infanti nudi far quel strazio,
ma di mirar non vien però mai sazio.
81
Or Petronilla (ché cosi si noma
la vicemadre del figliuol d’ Erode)
non sa le furie de la bestia indoma,
anzi va lieta, ed infelice gode:
giá s’avicina con l’amata soma,
e sta sovente al suon di voci ch’ode;
ma non distingue s’è dolore e pianto
de la citade, o s’ è letizia e canto.
83
Passa piú oltre e viene insino al varco,
dove gran voglia di campar la tenne:
volta le spalle qual saetta d’arco;
ma fu chi, lei seguendo, ebbe le penne.
Un moro, ancor che d’arme fosse carco,
cacciolla si ch’ai passo la ritenne;
la qual, con quanta voce in petto avea
gridando, esser figliuol del re dicea.
83
Giá non intende ebraico un africano,
perché sceglier si debbia il regio pupo:
stringelo al collo con l’audace mano,
e fa di lui quel che d’agnello il lupo.
Né questo assai gli fu, ché l’afro insano
in un pozzo vicin profondo e cupo
gittò la donna, e per suo mal destino
rubò le perle al morto fantolino.