Pagina:Folengo, Teofilo – Opere italiane, Vol. II, 1912 – BEIC 1821752.djvu/96

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84
Le triste madri scapigliate vanno,
chi qua fuggendo via, chi lá seguendo:
fuggon, chi ’l dolce pegno in sino anc’ hanno
o tutto o mezzo morto o intier vivendo:
seguon chi l’ han perduto, e piagner fanno
le asciutte pietre al pianto lor, vedendo
chi ’l suo troncar per mezzo, chi scannarlo,
chi come vetro al marmore schiacciarlo.
85
Vedesi alcuna d’esse con man destra
strigner quella d’un uomo armato presa,
ma dietro il figlio tien con la sinestra,
e quanto donna può fa sua difesa.
Si vede un’altra come lonza destra
pel morto leoncin pigliar contesa
con chi Pha spento a pugna, calci e denti;
né foggia di mort’è che la spaventi.
86
Tal è che, la ferita d’una spanna
mirando in ventre al suo, quel corpicello
afferra dal duol vinta, e come canna
il va spezzando in capo a questo, a quello;
tal che co’ denti un di que’ cani assanna,
e mentre l’una man vieta ’l coltello,
l’altra nel collo il tien fin che rimaso
lascialo senza orecchie o senza naso.
87
Ma la piú parte a suon di man e petti,
errando di qua e lá com’ebre bacche,
tornan urlando ai viduati tetti
ove di lacrimar non son mai stracche:
altre fuor la citade per negletti
sentier van via muggiando come vacche,
ch’essendo prive di lor care salme,
non han piú in petto cor, non han piú alme.