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Pagina:Francesco Sabatini - Il volgo di Roma - 1890.pdf/58

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quali lo stesso amore, quel sentimento che tutti affratella, non ha ideali, ma è carne, nel significato più materialistico della parola. Il popolano innamorato mentre canta una serenata alla sua bella, ripetendo dolci versi di Toscana, o di Sicilia, o di Napoli, ha nel cuore fieri proponimenti se l’amata gli niegherà l’affetto, o se questo gli verrà conteso da un rivale. Nelle sue tasche, insieme ad un ritratto di Garibaldi o ad un’immagine della Vergine, v’è un coltellaccio affilato. Del come poi si conducano gli innamorati può vedersi nel veritiero bozzetto drammatico pubblicato testè dal Zanazzo,[1] in cui fra due amanti corrono le gentili espressioni: che ssiate scannato; nun so chi mme tienga da nu’ sfasciaj’ er grugno; te vorebbe mette’ un deto in der naso e un’antro in d’un orecchio, e pportatte in giro pe’ mmanicotto; bojaccia, ecc. E si noti che il Zanazzo, come vedemmo, è proclive al lirismo, per cui le sue testimonianze non sono certo sospette. Ma torniamo all’argomento. In quei canti popolari, adunque, che manifestano una caratteristica del popolo di Roma, troviamo quella rozza alterigia, quel disprezzo, che esprimono i popolani colla sconcia espressione: chi sse ne.....[2] ed eccone un esempio:


  1. L’amore in Trestevere, Roma, Cerroni e Solaro, 1888.
  2. Il Zanazzo pubblicava nel 1886 uno Statuto de la società der «chi sse ne...?».