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forza fisica e le idee di carnali concupiscenze erano i soli elementi dell'arte antica: e i suoi più famigerati capilavori, che il mondo ammira attonito e tace, come a dir la Venere dei Medici, l'Apollo del Belvedere, l'Ercole e il Toro Farnese, non sono che il simbolo e l'espressione della forza e della voluttà.
Un altro eterogeneo elemento (feroce eredità dell'ambizione dell'Imperatore Costantino) infestava a que' giorni la pittura italiana; la quale non più pura ed ispirata, figlia santa del genio e dell'affetto, ma era stranamente barocca e manierata, inetta e in puerili fasce. E in vero, succeduta in Oriente nel secolo VIII della Chiesa la fiera guerra degl'Iconoclasti, tutti gli artefici di Costantinopoli si fuggirono in Italia, dove i Romani Pontefici con ogni zelo difendevano e sostenevano l'uso delle sacre immagini. Raffermossi pertanto, e, possiam dire, divenne tutt'uno con la Italica, la rozzezza delle arti Bizantine. Era dunque rimasta la pittura italiana, fino al secolo XIII pagana, ed infesta dell'elemento bizantino. Ma la Nordica devastazione, le tenebre dell'ignoranza di molti secoli, e una ferità universale, tanto non poterono sull'ispirata Toscana che in essa non risplendesse pur sempre alcuna civiltà. L'Europa dormiva ancora il lungo sonno della morte delle arti, e Giunta Pisano, e Guido Sanese davano buon movimento alla loro ristorazione. Però questo vanto serbava la Provvidenza principalmente a Cimabue; conciossiachè egli sferrò la pittura dai rozzi legaccioli, e volgari pratiche orientali, non che dalle infantili dande de' Bizantini, e la fece rivelatrice di affetti e di sentimenti cristiani. Egli solo, l'arte divina per cui Cleofante prímo tratteggiò i lineamenti del volto, ricondusse alla similitudine del suo vero tipo, la Natura. Egli, quasi con arcano impeto, incurvò le linee, atteggiò ad una pace potente le immagini, è spirò di alcuna vita le sembianze. Egli con vastità e fierezza adulando alla terribilità della sua epoca, dipinse immagini che ci fanno ancora tremare di sacra reverenza: innanzi alle quali ci rende muti quel suo ardimento di aver osato creare nuovamente la pittura!
Ad esempio di tanto sublime Maestro, Giotto interpetrò ma-