Pagina:Frezzi, Federico – Il quadriregio, 1914 – BEIC 1824857.djvu/288

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282 libro quarto

     Il suo parlar mi die’ piú dubbio allora,
65ed io di domandar non avea ardire,
come scolar che troppo il mastro onora,
     che mostra ancor non voler assentire
con parole, ma tien il capo basso,
facendo vista d’altro voler dire.
     70Ond’ello:— Parla;— ed io:— Cotesto passo
ha forse veritá solo in quel clima,
ov’è la gran cittá di Satanasso.
     Ma questo loco tanto si sublima,
che ben tre ore nell’alto emisfero
75vedete il sole innanzi agli altri in prima.
     E cosí, quando il giorno si fa nero
nell’occidente, a voi ben per tre ore
luce quassú il celeste doppiero.
     Che cagion è che qui non è ardore,
80se qui diciotto or mostra all’aspetto
nel giorno il sol con suo chiaro splendore?—
     Ed egli a me:— Se intendesti il mio detto,
io parlai sú del clima di quel loco,
ov’ha reame il primo maladetto.
     85E, perché questo da quel dista poco,
il sol, che dura in questo loco santo,
come argumenti, accenderebbe il foco;
     se non che ’nsú egli è levato tanto,
che mai vapor, che faccia pioggia o vento,
90salir o nocer può in nessun canto.
     Ma ’l nono ciel e ’l primo movimento
move qui l’aere, e dolce aura spira
tal, che conforta ciascun sentimento.
     E, quando il detto cielo intorno gira,
95il foco e gli altri ciel voltan con esso
ed anche seco quest’aere tira.
     Per questo il raggio in diritto riflesso
si frange e sparge; e, quand’è cosí sparso,
non accagiona il caldo intenso e spesso.