Pagina:Frezzi, Federico – Il quadriregio, 1914 – BEIC 1824857.djvu/62

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
56 libro primo

     Appresso al carro stavan le sue ancille,
inclite ninfe, intorno a coro a coro,
30ed ogni coro in sé n’ha piú di mille.
     Non ebbe piú splendor, né piú lavoro
il carro, a cui Fetòn lasciò lo freno,
quando trasse i corsier dal cammin loro.
     Vedendo lo splendor tanto sereno,
35l’alpestre ninfe stavan ginocchioni
con reverenza sul basso terreno.
     Quando discesa fu con canti e suoni
la dea Minerva e che fu posto fine
a tanti balli ed a tante canzoni,
     40le ninfe alpestre riverenti e chine
dissono:— O dea, qual vorrai che vegna
di noi e che al tuo regno al ciel cammine?—
     Rispose ella:— Di voi ognuna è degna;
ma ora eleggo Ilbina e voglio questa,
45che venga meco ove da me si regna.—
     E, detto questo, con canti e con festa
la coronò d’alloro e poi d’uliva,
e di fin òr gli fe’ vestir la vesta.
     Poi per la strada, che da ciel deriva,
50la menò seco pel cammin ad erto,
forte a salire ad uom mortal, che viva.
     Io, che m’era occultato in quel deserto
tra dure spine e pungenti cespogli,
il viso alzai di lacrime coperto.
     55— Perché, o Palla, Ilbina mia mi togli?
— dissi piangendo;— e perché a questa volta
d’Ilbina, o dio Cupido, ancor m’addogli?—
     E fuora uscii e con fatica molta
per la celeste strada insú mi mossi
60dietro alla ninfa, la qual m’era tolta.
     E ben un miglio cred’io andato fossi,
che la dea Venus si chinò a pietade:
tanto con li miei preghi io la commossi.