Pagina:Frezzi, Federico – Il quadriregio, 1914 – BEIC 1824857.djvu/85

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capitolo xv 79

     E disse:— Io prego, quando lassú monte,
che tu nol dichi agli uomini del mondo
e d’esta mia ricchezza non racconte;
     ché son sí avari, che ’nsin quaggiú al fondo
140ei cavarieno a rubbar il tesoro,
il qual m’è dato in sorte e qui nascondo;
     e son sí ghiotti e cupidi dell’oro,
che giá han cavato ingiú trecento braccia:
che non vengan quaggiú temo di loro.—
     145E, detto questo, con la lieta faccia,
ridendo, inchinò alquanto e disse:— Addio;—
e poi n’andò come chi fretta avaccia.
     Alla mia scorta allora torna’ io;
e seguitaila insin all’oceáno
150per un viaggio molto aspero e rio.
     Nettuno a noi col suo tridente in mano
venne risperso di marine schiume,
sí che sua barba e ’l capo parea cano.
     Con lui vennon le ninfe d’ogni fiume,
155delle quali al presente non ne narro,
ché ’n altra parte il contará il volume.
     Nettuno poi ne pose sul suo carro
e solcòe ’l mar; e li mostri marini
facean, mirando noi, al plaustro sbarro.
     160Triton sonava, e li lieti delfini
givan saltando sopra l’onde chiare,
che soglion di fortuna esser divini.
     Poiché mostrato m’ebbe tutto il mare
e che dell’acque la cagion mi disse,
165perché sotto son dolci e sopra amare,
     in terra ne posò e lí s’affisse,
e fe’ ballar per festa le sue dame:
e poi dicendo:— Addio,— da noi partisse.
     Allor Venus andò al suo reame.