Pagina:Galiani, Ferdinando – Della moneta, 1915 – BEIC 1825718.djvu/112

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106 libro secondo


renderlo piú raro. Anche la pestilenza degli animali bovini fa carestia; e questa, quasi in compenso della peste, che s’è giunta a frenare, è venuta in questo secolo frequentemente a ritrovarci senza sapervisi oppor riparo. Ma la guerra è quella, che, essendo la maggiore di tutte le calamitá, anzi sotto il suo nome raggruppandole tutte, è l’ordinaria cagione della carestia e della ruina d’un paese; e, perché dagli uomini in tutto deriva, è male che non ha rimedio, niente sapendo medicare gli uomini meno delle passioni loro medesime.

Fintanto ch’esce il denaro da un luogo, gli uomini non si partono, perché il bisogno non si prova; ma, quando è in gran parte uscito, e la patria non presenta altro aspetto che luttuoso e misero, si partono; e i primi sono coloro che meno lasciano, cioè i mercanti e gli artisti; poi gli altri di mano in mano. Coloro che restano, essendo impediti dalla povertá a prender moglie, accelerano colla morte la spopolazione. La poca prolificazione, oltre alle giá dette, può aver per cagione o la crudeltá del governo, come in Oriente, o la sproporzione delle ricchezze, come in Polonia, o la superstizione, come nell’Africa e ovunque le mogli accompagnano barbaramente la morte del marito colla propria, o il costume barbaro, come è ne’ paesi abbondanti di serragli e d’eunuchi. Quando gli uomini sono diminuiti, non ha rimedio alcuno uno Stato a non ruinare; anzi può l’invasione di esterno nemico renderne piú subitanea la schiavitudine e la distruzione.

Ora de’ segni della miseria, come si vede, niuno rassomiglia a que’ dello stato prospero, tolto questo: che nel principio delle calamitá il denaro sgorga in maggior copia dalle borse ove era racchiuso, e perciò tutto incarisce, egualmente come nell’aumento, quando la moneta entra con piena maggiore. Ma, dopo questo, ogni segno cambia, e nell’avversitá sieguono que’ che ho descritti di sopra, nella felicità gli opposti. I quali, quando alcuno gli volesse vedere sul vero, non ha che a riguardare sul nostro Regno, che oggi gli ha tutti in sé. Ed è questo non alla virtú del popolo, ma al principe dovuto, non essendo mai i sudditi in merito della industria ch’essi hanno, né in colpa