Pagina:Galileo e l'Inquisizione.djvu/3

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PREFAZIONE.



La Edizione Nazionale delle Opere di Galileo Galilei, che appagava un voto degli studiosi rimasto anche troppo lungamente insodisfatto, doveva trarre come necessaria conseguenza una indagine nelle dolorose vicende della vita di lui; indagine condotta così a fondo come fino allora non se n’era avuto pur anco il pensiero, ed estesa a particolari per lo innanzi appena sfiorati: il che non si poteva se non ottenendo dalla suprema autorità ecclesiastica la concessione di spingere le ricerche fin dove occhio profano non era mai, se non con la violenza, penetrato.

Di quante spine sia stata irta la via, per la quale Galileo si condusse all’apice della gloria, è ben noto. Le meravigliose scoperte celesti che così luminosamente confermavano la dottrina copernicana del sistema dell’universo, se avevano guadagnato l’assenso incondizionato ed entusiastico dei veri studiosi della natura, richiamarono però subito l’attenzione dei teologi che incominciarono a guardarne con occhio diffidente le conseguenze. Essi avevano ben compreso dove Galileo andava a parare; e mentre tutta Roma, chiamata dallo scopritore istesso a verificare gli annunciati discoprimenti, dava libero sfogo alla propria ammirazione salutandolo nuovo Colombo dei cieli, il cardinale Bellarmino, uno degli Inquisitori Generali, si rivolgeva segretamente ai Matematici del Collegio Romano per averne da loro conferma, e più segretamente ancora la Inquisizione scriveva il nome dell’audace novatore nel tremendo libro dei sospetti.

E quando si cominciò a buccinare di qualche grave provvedimento contro il libro del Copernico, ed in Firenze stessa dal pergamo e nella Corte si notarono le contraddizioni tra la Scrittura Sacra e la incri-