Pagina:Gazzetta Musicale di Milano, 1843.djvu/11

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cita serve avvedutamente di contrasto ai pezzi che lo avvicinano. La notevole istromentazione ad imitazioni magistrali al principio della Scena VI, prepara assai bene la magnifica esplosione del vigoroso finale secondo basato sull’elettrizzante motivo nella sinfonia già ammirato nella tonalità di la minore e qui posto in maggiore. Onde questo complicato pezzo a doppio coro ed a cinque parti principali abbia a produrre tutto l’effetto di cui è suscettibile, si vorrebbe che l’esecuzione (ciò vien pure a taglio per gli altri pezzi concertati) fosse meglio diligentata, e si curasse di renderla più chiara, distinta e pomposa tanto nel complesso che nelle sue particolarità.

Nell’ultimo atto, dopo un accurato preludio d’orchestra, in tutto degno del grande autore, ed un’aria del contralto che non troviamo nella partizione edita dal Ricordi, viensi all’inspirato andante in la minore la cui melodia potrebbe quasi tenersi pel degno riscontro della magica preghiera del Mosè, se non che dagl’incantevoli accordi a tre voci - Celeste Provvidenza - ne risulta maggior affetto e dolcezza - Mancan le parole per dire convenientemente della stupenda scena della Benedizione delle bandiere, composta anch'essa per Parigi. Il recitativo di Jero non può essere più profondamente concepito, gli istromenti da fiato emettono sotto voce degli armoniosi suoni tenuti che danno alla parte vocale più penetrante valore. - La profezia - Nube di sangue intrisa - è un miracolo d’inspirazione ad un tempo poetica, drammatica e religiosa; quivi l’orchestra non è meno eloquente della voce umana, e le entrate de’ cori hanno in sé qualche cosa che esalta e commove. L’affascinante slancio alle parole - Oh patria! - raggiunge la più elevata meta dell’arte. I sovrumani vaticinj del gran Sacerdote, non meno di quella dei meravigliati spettatori, scuotono ogni fibra del popolo Greco, i loro animi s’infiammano, più non sanno resistere all'impeto di salvar la patria, ed intuonando quell’inno marziale, che già scosse tutta Europa, pieni d’entusiasmo corrono incontro all’inimico; Il bello melodico congiunto alla potenza del ritmo e della massa, e rinforzato da scale ne’ bassi discendenti per due ottave, non ebbe mai miglior risultato. L’opera aveva fine con un’aria di Pamira e collo spettacolo dell’incendio della città di Corinto, che si ebbe a sopprimere.

Derivis ha riportato una vittoria, sì nobilmente e con tanta valentia creando fra noi la parte di Jero. - Abbiasi le meritate congratulazioni la festeggiata signora De-Giuli, la quale, massime nella difficile aria del secondo atto, alla prima rappresentazione superò la comune aspettativa per la brillante sua vocalizzazione nelle Corde acute-, essa però si accerti che la indipendenza nel tempo e gli stiracchiamenti delle frasi tornano di grave pregiudizio all’effetto musicale, come pure l’eccessivo spinger la voce, di cui vulsi accagionare l'applaudito tenore Severi, dai vibrati acuti, dalla chiara pronunzia e dalla buona volontà. Se si considera che l’Alboni è una giovane, la quale ha appena compito il suo diciassettesimo anno, non puossi a meno di rimaner sorpresi della sua franchezza: questa brava cantante allieva del Liceo musicale di Bologna è un bell'acquisto per l’operosa nostra Impresa, a cui caldamente ci raccomandiamo ondo esser presto beati dal Guglielmo Tell eseguito come conviensi alla regina di tutte le opere; intanto ce li protestiamo grati per la presente qualsiasi riproduzione dell’Assedio di Corinto.

Is. C.....



BIANCA DI SANTAFIORA

NUOVA OPERA IN MUSICA

Del Conte Giulio Litta.


Che molte lodi vogliansi tributare ad un giovane e ricco signore, il quale volge l’animo suo a studj gentili onde illustrare cogli ornamenti dell’ingegno la chiarezza dei natali, questo lo comprende ciascuno. Ma di quanti encomj rendasi meritevole chi ne’ più begli anni della vita, nell’età de’ passatempi e delle illusioni, non solo consacra sé medesimo alla coltura delle arti leggiadre, ma elargisce l’oro onde favoreggiarle, onde proteggerne i seguaci, onde ricreare gli amici suoi e i concittadini, questo è ciò che sfortunamente non si comprende da molti. E tanto ne sembra di poter affermare per la naturale e semplice ragione che se da molti fosse conosciuto il valore di quest’opere, assai men piccolo sarebbe il numero di coloro che s’adoprerebbero a meritarne gli onori. E per verità chi riguarda con occhio osservatore gli elementi della nostra società vede come la gioventù abbia tolto in noncuranza tutto ciò che veramente distingue l’uomo e lo separa dal volgo.

Pregio del nascere elevato era una volta lo studio delle scienze, delle lettere e d’ogni nobile disciplina: così che a quella gran mente del Vico parve di poter dire ciò che forse a’ nostri giorni parecchi troveranno impugnabile, cioè che de’ libri di conto che han sofferto la lunghezza dei tempi... le tre parti sono stati scritti da uomini nati nobili, appena la quarta da nati bassi. Oggidì pochissimi mostrano di curarsi di siffatte cose; e l’occuparsi di sapienza e di libri sembra a molti un oggetto fuor di moda, una superfluità, una pedanteria.

Per fortuna però l’abuso non è pervenuto a tal seguo che non siano da farsi, come notammo, alcune lodevoli eccezioni. Fra queste eccezioni vuol essere distintamente annoverato il conte Giulio Litta, il quale, come già si disse, non solo ha rivolto lo spirito allo studio della più soave tra le arti, ma profonde grandissima parte delle sue ricchezze a sostenerne i coltivatori, al quale intento da ultimo venne istituendo due doti per la gratuita educazione di due alunni in questo nostro I. e R. Conservatorio.

Frutto dell’amor suo per l’arte pervenne egli a vestire di note un melodramma che la sera del secondo giorno del nuovo anno offerse a trattenimento di elettissima adunanza nella gran sala delle accademie del Conservatorio medesimo. Come il divertimento riescisse geniale non è agevole narrarlo, perché non sapremmo rammentare quanti applausi venissero fatti agli attori cantanti, e quante volte il giovane compositore venisse dall’uditorio acclamato. bolo ricordiamo che di due parti del suo lavoro fu richiesta ardentemente la replica; a tutto il restante fu resa gran copia di battimani.

Fra i cantanti si distinsero la signora Giuseppina Cella, alunna dello stabilimento, che sostenne la parte della protagonista, e l’artista Gaetano Ferri, quel medesimo che nell’ora scorsa stagione autunnale disimpegnò nel nostro gran teatro la parte di Nabucco. Una bella porzione d’applausi toccò anche all’alunno Gandini, ed al tenore Regoli, i quali con qualche lode concorsero a ben sostenere lo spettacolo. Pure, bisogna confessarlo, gli onori della festa furono dati al compositore, la cui produzione, se a tutti non parve di un gitto originale, riesci però a tutti viva, animata e sempre con leggiadria condotta.

Del resto noi crederemmo d’esser tacciati di lusinga se, puramente ragionando dal lato dell’arte, avessimo a dissimulare che qua e colà alcune cose avrian potuto essere migliori; e se la vista dell’osservatore avesse potuto penetrare fin dove la critica s’ammutisce, forse, considerata la nuova opera come un primo esperimento, avria potuto fare alcun riflesso al nobile maestro, acciocché, ove intendesse, come sembra, progredire nell’incominciato cammino, i suoi parti abbiano a corrispondere al lodevole impulso che li detta. E per un esempio avria potuto ricordargli ciò che a niuno degli italiani compositori può riescire intempestivo, cioè che, prima d’accingersi al lavoro d’un melodramma, importa ben considerare il carattere del poema per ben appropriarvi lo stile e le idee; il quale carattere delle idee poi non dee desumersi dalle prime espressioni di un solo verso o di una sola frase, ma dall’intimo sentimento che anima tutto il discorso. Quando verbigrazia Gismondo rimprovera ad Armano la mancata proméssa della mano di sua figlia, declamando quei versi

Nel dì delle battaglie
Così non insultavi;
La mano di tua figlia
Mi promettevi allor!

non è già un’idea guerresca che dee esprimere la musica, ma il dolore profondamente melanconico di un uomo che si vede rapito un oggetto amato da chi dimentica una fede giurata. Così, mentre la più severa estetica non troverebbe a dire sull’indole della melodia dell’inno nuziale che cantasi internamente nella scena terza dell’atto secondo, non avrebbe forse trovato conforme alle migliori sue leggi quel gorgheggiare del flauto e de’ flautini che s’introduce in una sacra solennità come il canto d’un ussignuolo.

Ma a queste cose noi siam certi che lo stesso criterio del compositore ha già posto mente; ed ora non altro ci resta che rendere, come rendiamo, pubblica onorevole testimonianza di un tentativo così bene immaginato e di tante opere liberali così generosamente compiute.

G. V.



ALBUM

Vogliamo volgere una preghiera al signor Ernesto Cavallini, ed è che la prima sera che si riproduce la Vallombra, gli piaccia ommettere l’ a solo di clarinetto che precede la scena ultima nelle tombe..... Oltrecchè quell’ a solo è troppo lungo né abbastanza bello da interessare per sé stesso e come uno sfoggio stromentale, al luogo ov’è posto è fuori al tutto di nicchia, raffredda l’interesse dell’azione che presso alla catastrofe deve incalzare i mai viva, e manca poi incerai ruttore drammatico. Gli a soli stromentali nelle Opere per musica dovrebbero ap-