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II.

SAFFO, melodramma di Salvatore Cammarano musicato dal maestro Pacini.

(Continuazione) (1).


La cabaletta del duetto delle due donne è semplice ed espressiva, ma l’accompagnamento che la regge ne sembra più alto ad oscurarla anziché a farla spiccare.

Or eccoci arrivati al gran finale della seconda parte. Il coro che lo apre, che pure dovrebbe essere danzato, (come chiaramente appare dalla sua fattura, dai motivi e dal tempo in sestupla) è di qualche effetto. Non ò però lodevole quell’ultimo motivo staccato dalle trombe, che periodato in sei misure apparisce zoppo e triviale.

Il sacerdote benedice i due sposi; tutti s’inginocchiano, un momento di silenzio, e poi ricantasi un brano del coro. Ma chi manca ancora al rito? Saffo!... Al nome di Saffo il fidanzato Faone si scuote. La poetessa si avanza e Climene la conduce al suo sposo. Saffo ravvisa il suo Faone, e grida: Il mio Faone! Il mio Faone! Il momento è drammatico, ma se eccettui l’esclamazione assai viva e piena di accento della donzella innamorata, il resto procede nel modo or indicato da’ parlan ti e manca di fusione e di vivo colorito. Dove il compositore si innalza davvero con bella ispirazione si è nel cosi detto Largo di questo finale e nell’imponente canto di Saffo all'alto che rinfaccia la tradita fede a Faone: grande ne è la melodia e suscettibile della più finita declamazione, ed accompagnata da alcuni tocchi secchi de’ contrabassi simulanti un rattenuto accento di rimprovero, cui nell’ultima parte della misura sembra dar risposta una cupa nota dei corni, i quali gettano sul tutt’insieme una molto ben trovata tinta lamentosa.

Il concetto non può essere più filosofico e più sentito. Dopo il solo della protagonista succede un concerto generale ben modulato, bene condotto, con novità o almeno con sorpresa d’armoniche transizioni ben congegnate. Questo pezzo che comincia nel modo di si b minore chiudesi pomposamente in si maggiore, dopo essersi aggirato con artistica e studiata incertezza di gratissimo effetto più volte in ambi i suindicati tuoni e nel relativo re b sempre con finte cadenze c proponendo di chiudere, e poi trasportandosi e prolungandosi con nuovi passaggi, tino, come dissipa chiudersi nel si b maggiore. La maschia scienza del concerto vocale ed istrumentale di questo pezzo potrebbe assomigliarlo forse alcun poco ai noti larghi del Bravo e delle Illustri Rivali, ma sembra sopravanzarli in concepimento drammatico. L’effetto di questo Largo fu imponente sul nostro pubblico. La stretta va pure iodata per una certa bene intesa barbara impronta nella cantilena de’ cori che scacciano la Poetessa, che ha osato bestemmiare e rovesciar l’altare: e più ancora per la solenne imprecazione di Saffo che esclama: Non è Dio chi Faone mi toglie. Se non che sembra che qui l’idee del Maestro non siansi accordate con quelle del Poeta, e nemmanco colle nostre, dappoiché l’imprecazione di Saffo nel libretto precede, come è ben giusto, le invettive che il popolo scaglia contro di lei. Il maestro può scusarsi dicendo che il coro può prorompere anche immediatamente alla vista dell’ara atterrata, ma forse l’effetto sarebbe stato maggiore e più ragionato se alla bestemmia facevasi succedere il silenzio dell'orrore e della sorpresa, ed all’imprecazione l’invettiva. Tuttavia il pezzo ha un sufficiente colore di verità; il contrasto del carattere disperato, ma ancora amoroso, della protagonista spicca a meraviglia in mezzo a quello degli altri personaggi e del coro d’un’impronta, come notai, feroce e selvaggia. Infatti ci gode il dire che questo finale forma, tranne piccole mende, un tutto assieme del più ragionato, filosofico, ed elevato concepimento.

Un abbastanza chiaro istromentale e con felice effetto imitante i sibili del vento apre la parte terza, che nel suo complesso è la migliore dello spartito. Non ci dilunghiamo su d’un recitativo che sussegue e d un coro di Aruspici sotto il palco scenico, di debole effetto anzi che no, ed assolutamente mancante del carattere grave e profetico che gli si doveva; ma passiamo invece a parlare del terzetto che chiudesi in quintetto con cori, ricco di belli effetti. Questo pezzo ha luogo nel momento che Aleandro scopre per via d’un amuleto che quella Saffo ch’egli tanto perseguitava è sua figlia. Per ciò che riguarda la poesia e la posizione drammatica ne sembra una troppo palese reminiscenza del terzetto del Belisario dello stesso Cammarano, che Pacini però trattò assai diversamente del Donizetti e non saprei con quanta filosofia e quanto effetto: dico non saprei perché sembrami che il movimento del tempo dato a questo brano fosse troppo lento, e che forse con un’agitazione maggiore potesse ottenersi quella verità d’espressione ch’io trovai molto stentata e fredda. Se però il riconoscimento lascia un dubbio sul lavoro del maestro, non così certamente l'agitato o andante che succede e che si vorrebbe esso pure assai più mosso, nel quale la spezzatura ingegnosissima delle tre parti cantanti intrecciantisi l’una coll’altra, ed esprimenti con finito e rigoroso lavoro contrappuntistico la non ancor calmata convulsione della gioja, formano di questo pezzo un altro de’ sostegni sicuri dello spartito. Ma la convulsione così felicemente espressa cede alla fine, e le tre parti che s’agitavano con artistica incertezza vanno a fondersi in un tutto pieno: di calma accennato con freschissima melodia e ricco di gradevole effetto. Ma qui di mal animo ci facciamo a condannare di nuovo il maestro, perché dopo questa calma, servendo al solito assurdo del ritornello, riprende di nuovo il primo agitato, e di nuovo riproduce la seconda frase quieta, cosa che non male si conviene alla tessitura musicale, ma non certamente alla filosofica di questo pezzo. La stretta, quantunque d’un’impronta e d'una frase comune, è sufficientemente caratteristica, e le parti vi sono ben disposte, talché non le manca effetto. Viene l’aria di Faone, terzo dei pezzi se non interamente almeno semi-appiccicati di questo spartito, preceduta da un solo di bravura eseguito qui dal flauto e che originariamente fu dedicato al clarino. Io mi dichiaro a dirittura nemicissimo dei solo di strumenti in genere ed in ispecial modo poi di quelli che tendono, come questo fa, a mettere in mostra tutti i mezzi dello strumento stesso. Nulla di più anti-drammatico: dapoiché egli è impossibile che quando ne udite l’esecuzione non vi dipartiate interamente dal palco scenico, dove dovrebbe essere continuamente legata l’attenzione dell’uditore, e non vi conduciate col pensiero unicamente all’artista esecutore del solo. Dal che deriva una decisa distrazione e disillusione. Ma di ciò basta e proseguiamo. Faone viene a lamentarsi del suo destino ed a dolersi de’ suoi rimorsi. Sopra una elegante frase si tesse l’adagio dell’aria, imitata con talento e buon gusto alla misura susseguente or dal violoncello or dal clarino; ed alla ripetizione invece proposta dagli strumenti ed imitata dai canto. Tale idea non nuova in fatto, nuova risulta nella sua applicazione e sembra aggiugnere passione alla bella frase del canto. La cabaletta, di fattura alquanto comune, deve però meritarsi effetto quando sia adattala all’artista che la eseguisce.

A questo punto la scena si cambia e già ci troviamo vicini alla catastrofe del dramma: offresi al nostro sguardo il famoso promontorio di Leucade; esce il popolo Leucadio in piena costernazione, ed intona un coro che non trovammo bene concepito dal maestro, almeno secondo le indicazioni del poeta: la cantilena vi è forse troppo spiegata per delle parole che si vogliono dette o mormorate sommessamente.

Ma già già si avanza l’infelice Saffo che apparecchiasi a tentare la prova del gran salto, sebbene perduta di speranza di trovare in quello salvezza. La sua mente è malferma, ed anzi nei sogni del suo vaneggiamento impone al flutto ed all’aure del cielo di tacersi, ond’ella sciolga a Climene il promesso inno di nozze; e l’udiamo intatto cantare quella soavissima ed invidiabile melodia che forma il lungo primo tempo dell’aria finale tessuta con somma dolcezza, eleganza e passione melodica. La frase, l'accompagnamento, la condotta ne sembrarono al maggior segno espressivi; e vivissima vi notammo l’effusione di un cuore pieno di squisita sensibilità.

Intanto lo squillo annunzia a Saffo essere giunta l’ora della gran prova; Saffo si scuote, rinviene, s’apparecchia al gran cimento, e conducendo Climene fra le braccia di Faone le dice queste parole: L'ama ognor qual io l'amaiPiù volendo noi potresti — vestite pur anco d una cantilena elegantissima ed affettuosa e degna di chiudere questo pezzo, che può dirsi senza macchia.

Ecco quanto ne parve dovere asserire intorno al lavoro del sig. Pacini. Ripetiamo di avere riscontrato grande progresso nelle concezioni di questo compositore: non si arretri dunque dal retto cammino, anzi prosegua fermo nel suo nuovo proposto che l’arte gliene saprà grado.

Rimarrebbe a dire alcun che dell’esecuzione, ma, buon Dio! quando siasi osservato che néal sig. Varese, né alla signora Brambilla, né al sig. Salvi per nulla convengonsi le parti loro affidale, sia che ciò si risguardi sotto l’aspetto drammatico, sia dal lato musicale, massimamente ove si osservi che da questo lato soffrirono non poche alterazioni contrarie alle intenzioni primitive del maestro: quando invece avremo soggiunto che la sola signora Abbadia si mostra quasi perfetta nella interpretazione della melodia e della declamazione (col qual nome non confondiamo però l’azione propriamente delta), e che essa sola salvò dalla caduta e sostiene con crescente successo lo spartito, crederemo di esserci sdebitati abbastanza del dover nostro. Non lasceremo però di osservare, come in via di deduzione, sembrarne desiderabile che innanzi di offrirò un’Opera nuova al giudizio di un pubblico autorizzato per più ragioni ad esercitare grande e decisiva influenza sulle rinomanze melodrammatiche italiane, avessero a consultarsi bene la natura dei mezzi, il loro vero valore, ecc., onde non porre troppo alla cieca a difficile repentaglio la fama del compositore, il quale troppo spesso altra colpa non ha fuor quella d’essere stato male interpretato. A. M.



OBBIEZIONI E REPLICHE.


A taluni de’ nostri lettori sarà forse sembrato che noi siamo andati per le lunghe nel parlare delle due Opere prodottesi in questi or passati giorni sulla scena del nostro gran teatro, c che nel pigliar ad esame le medesime, massimamente la Maria Padilla, troppo sul serio ci occupammo del libretto. A questa doppia obbiezione rispondiamo: la lunghezza degli articoli critici non deve si di leggeri parer sovverchia in un foglio principalmente dedicato a simili disquisizioni, e più che mai ove si tratti di due produzioni d’alta portata come sono la nuova Opera dell’egregio Donizetti, destinata senza dubbio a far il giro dell’Europa, e la Saffo del sig. G. Pacini già applaudita su tanti teatri; poi notiamo che non ne pare di esserci perduti in sole parole, ma d’avere svolto il nostro tema con sufficente corredo di analisi. Siamo persuasi: fermamente che la buona critica musicale vuol essere; presa a questo modo per riuscire a qualche frutto, sotto i pena di perdersi nei soliti giudizii vaghi, incerti, inconcludenti, i quali mancanti del fondamento dell’analisi, tanto calzano ad una come ad altra Opera, e non; sono d’ordinario dettati che allo scopo di offerire un momento di passatempo alla curiosità de’ lettori più o meno indifferenti.

Quanto al dare troppa importanza al libretto preghiamo i lettori a pigliarsela in santa pace, perché è appunto nel proposito nostro di non prender mai ad esame parziale verun spartito, se non osservandolo ne’ suoi più stretti rapporti col dramma, e notando attentamente i punti nei quali la composizione musicale è povera di carattere e vuota di ispirazione per colpa appunto della cattiva, o assurda o antipoetica situazione drammatica. Ora, come ottener ciò senza occuparsi con qualche serietà del libro dal cui vero merito o dalla cui povertà dipendono per solito i maggiori o minori pregi dello spartito?

Data l’ipotesi che solo per qualche tempo i giornali nostri persistessero di buon accordo a chiedere minuto e severo conto ai poeti melodrammatici delle inconvenienze delle loro produzioni, vedremmo ritrarsi sgomentati dall’arringo i deboli ed affacciarvisi in vece i valenti; vedremmo gli appaltatori teatrali consigliati e in certo modo costretti a pagar meglio costoro di quel che ora fanno coi guastamestieri; vedremmo per ultimo i maestri, sottratti alla vergogna di dover sprecare la loro fantasia intorno a indigesti centoni e sguaiate rapsodie sceniche, lavorar più sicuri su un terreno non barcollante, e trovar nel libro non impaccio ma aiuto alle ispirazioni, e nella poesia non gelo e nebbia ma luce e vita pei voli dell'immaginativa.

Ciò che gli altri fogli per ragioni forse ottime ch’essi sapranno addurre, non si degneranno di fare 2, protestiamo di volere far noi. Non è quindi a meravigliare se già ci siamo accinti a tale ufficio co-primi nostri articoli dettati intorno alla Maria Padilla e se lo proseguimmo con altri riguardanti la Saffo.

D’altronde si osserva che assai rari saranno i casi ne’ quali dovremo attenerci a questo sistema forse non a tutti accetto. Ben pochi sono gli spartiti che nel corso di un anno si compongano in Italia degni di una particolarizzata analisi, e per questi soli noi serbiamo l’onore di lunghi articoli ne’ nostri fogli, ove pel contrario non è sprecato spazio per le interminate relazioni degli spettacoli de’ teatri di Provincia che di solito riescono tanto monotone c inutili o peggio a chi ama occuparsi di que’ soli fatti musicali che sono di qualche importanza nell’arte.



CENNO NECROLOGICO

BLANGINI.


I giornali francesi annunziarono la morte di Felice Blangini, compositore di musica, la cui rinomanza, per molti anni brillante, specialmente riferivasi ad una moltitudine di ariette, romanze e notturni, che lungamente fecero la delizia delle conversazioni, e che oggidì qualche volta eseguisconsi ancora.

Egli nacque a Torino l'otto novembre 1781, ed ivi intraprese gli studi musicali sotto la direzione di Ottani. - A diciotto anni recatosi a Parigi, la sua maniera di cantare e le sue composizioncelle piene di eleganza e d’espressione gli acquistarono ben tosto una popolarità molto produttiva. Quindi fu chiamato a Monaco, ove ottenne di esser insignito del titolo di maestro di cappella del re di Baviera. - Ne’ teatri delle due città or nominate a’ varj intervalli di tempo fece rappresentare alcuni spartiti non privi di merito, e fra gli altri Nephtali che ebbe un successo assai lusinghiero alla GrandeOpera. e per più anni rimase nel repertorio di quel teatro.

Nel 1809 il re di Vestfalia nominò Blangini a suo maestro di cappella. - Dopo la caduta dell’Impero restituitosi a Parigi, ad un tempo istesso gli furono affidate le cariche di compositore della musica particolare di S. M. e di professore di canto alla scuola reale di musica; ma la rivoluzione di Luglio lo privò di ogni impiego, e la prospera fortuna da cui fin allora era stato sempre accompagnato lo abbandonò: egli si afflisse di questo rovescio e ritirossi in una campagna vicina ad Orleans, ove nello

scorso mese finì i suoi giorni.

  1. (1) Vedi il foglio n. 3.
  2. (1) Non dobbiamo tacere che ci venne letto con soddisfazione nel num. 3 del Glissons un lungo e particolarizzato articolo intorno alla nuova Opera del m. Pacini. In quell'articolo si fanno dei giusti rilieni e si professano le intenzioni di una critica musicale fondata su buoni principii.