lacri de’ falsi Dii nelle private case (che Svetonio chiama Deos cubiculares) si poneano nel Larario. Delle larve lasciò scritto Isidoro[1] Quarum natura esse dicitur terrere parvulos, in angulis garrire tenebrosis. Apulejo in una sua apologia ne fa anche testimonianza; imperocchè contro Emiliano, suo accusatore, desidera tutti gli spaventi, che dalle fantasime, o larve sogliono venir dati: e perciò penso, che larvæ si chiamassero le maschere, di cui nelle commedie servivansi i Romani; perche, difformi oltremodo essendo, davan terrore a’ fanciulli. I manes, quai sieno, s’è detto non è guari. Or di questi (per venire a quel che Plinio dice) credean fermamente gli antichi, che rimanessero nelle case, e nelle strade, ad inquietare gli abitanti, sino a tanto, che i loro cadaveri rimaneano insepolti, e privi deʼ dovuti ultimi uficj; sopra tutto di coloro, ch’erano uccisi. Indi Vergilio, che di tai cose intendentissimo si era, disse:[2]
Ergo instauramus Polydoro funus: et ingens
Aggeritur tumulo tellus. Stant manibus aræ
Cæruleis mæstæ vittis, atraque cupresso:
Et circum Iliades, comam de more solutæ,
Inferimus tepido spumantia cymbia lacte,
Sanguinis et sacri pateras; animam-
- ↑ Isid. orig. lib. VIII.
- ↑ Virg. 3. Æneid. vers. 63.