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a Torino alla sua Corte, e ne aveva guadagnate la stima e la reverenza.

Adelaide di Susa, alla considerazione che le davano il potere e la ricchezza, aggiungeva un’attitudine grande per governare, e il marito lasciò volontieri, ancora vivente, ogni autorità in mano di una Principessa sì degna di tutta la sua considerazione, e alla quale doveva una sì bella successione; sicché la Reggenza non la trovò niente affatto digiuna delle cose di Stato.

Di lei, come sposa e madre, nulla ha da aggiungere la storia all’asserzione che essa fu, come tale, esemplarissima; ma qualcuno vuole ascriverle a demerito di avere esercitato supremo potere sopra i destini della Casa, anche viventi il suocero e il marito, e più ancora durante l’oscura carriera dei figli. Ma dal momento che questa sua influenza rivolse al bene, non mi pare opportuno il rimproverargliela.

Donna di sensi magnanimi e virili, degna nipote di Arduino, da cui direttamente discendeva, aveva passato, dicesi, gran parte dell’adolescenza fra le armi, viste da vicino la guerra e le stragi, cinte essa pure armi e corazza, ed erasi sentita rinforzare gli spiriti alla speranza e all’ardire, e trasportare del tutto alle imprese e alle vittorie militari.

Bella della persona e di volto, potente per nascita e per posizione, stimava, con ragione, la beltà e la ricchezza cose fragili e passeggiere, e solo gloria illustre ed eterna la virtù. E ciò diceva e metteva in pratica ogni giorno, sia nelle cose pubbliche, come nelle