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dute dei tempi, come la giovane sposa, che era ornata di tante e forti virtù, e che sentiva la religione nell’anima, in tutta la sua purezza e la sua santità, vi si abbandonasse.

E pur troppo, per le cose terrene, quell’eccessiva pietà, che riempiva tutto, senza quasi dare adito ad altri sentimenti, doveva riuscir fatale, come infatti fu, quando ai giorni della prova, non si riscontrarono nella reggia che virtù inutili, o non applicabili.

Nondimeno, finché Clotilde fu Principessa ereditaria, la regolarità tutta monastica di condotta che ella si prescriveva, non le tolse niente della sua amenità. Si prestò di buon animo a tutti gli esperimenti farmaceutici a cui si volle sottoporla per dimagrare,

vi scherzava anche sopra ingoiando pillole e polveri, tanto che finalmente dimagrò, ma.... figli non ne vennero. Clotilde si prendeva poi molto a cuore anche le cose di famiglia, e la morte di una sorella del marito, dopo appena un anno di matrimonio, e in età giovanissima, fu, ella disse, il primo passo per lei sulla via del dolore1.

  1. Maria Carolina, ultima delle figlie di Vittorio Amedeo III, sposata a diciasette anni, nel 1781, al principe Antonio Clemente di Sassonia. Nell’abbandonare il suo paese, che tanto amava, parve mesta; ed essendo morta l’anno appresso a Dresda, il popolo piemontese pensò che fosse mancata per nostalgia. Nel contado di quella nostra provincia cantano ancora una canzone, la quale ci dice, fra le altre cose, che sul ponte oltre Vercelli, nel congedarsi dalla famiglia, cosi parlasse:
    (Traduco dal dialetto)
    Fratelli, miei fratelli, stringetemi la mano
    Che men vado in Sassonia, da noi tanto lontano;
    Stringetemi la mano, cari, col fiordaliso,
    Amici, cari amici, arrivederci in Paradiso.