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cose riflettenti la pubblica carità. Durante e dopo il colera del 1835, essa raccolse parecchie fanciulle orfane, fondando per esse un istituto detto delle Teresine, sempre poi da lei sostenuto e beneficato; e nel 1836, quando il morbo infierì a Genova, essa volle accompagnarvi il Re, che si recò colà per confortare i colpiti colla sua presenza ed i suoi soccorsi.

Il patrimonio di Maria Teresa era dei poveri e degli infelici, che mai a lei ricorrevano invano, giacché lo scopo della sua vita fu il perfetto adempimento di ogni dovere, e dovere era per lei il soccorrere la sventura. Però, nella gravità del tratto, nell’austerità del contegno, nella scrupolosa osservanza degli obblighi assunti, essa celava, con rara ed unica modestia, il suo cuore, che era costretta sempre a comprimere. L’etichetta che Carlo Alberto voleva strettamente osservata, opprimeva la Corte, e ne aveva messe nuovamente in bando le tenerezze famigliari che sotto Vittorio Emanuele I erano tornate alquanto in onore. Nelle donne e nei figli della sua razza, il Re non vedeva che delle principesse e degli eredi, onde da molto tempo Maria Teresa non era più che la Regina, regina timida e senza prestigio fuorché dinanzi a Dio, ai poveri e ai figli, e particolarmente al secondogenito, Ferdinando, che la somigliava tanto nei lineamenti che nel carattere affettuoso.

Si sperò, al momento del matrimonio del duca di Savoia, che la Corte si ringiovanisse con gli sposi, e riprendesse un giusto equilibrio; ma l’illusione durò