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| 74 | del rinnovamento civile d’italia |
di Pitagora, fondatore della scuola civile italiana, per opera del quale e dei successori la sapienza ellenica si congiunse colla latina[1]. Egli fu il primo che cogliesse i vincoli della politica colla speculativa, e diede la sovranitá agli ottimati, cioè all’ingegno e alla scienza. Dalla sua scuola uscí il tebano Epaminonda, cioè l’uomo che, per la militare e civil sapienza fra i greci, e per la perfezione dell’animo fra gli antichi universalmente, ha lode d’incomparabile e di supremo[2]. Tutti i legislatori, i politici, i moralisti, che vennero appresso, ritrassero piú o meno del genio pitagorico. Ne ritrasse in particolare Mnesifilo Freario che «non era rettorico né uno dei filosofi detti ‘fisici’, ma attendeva a quello studio che si chiamava ‘sapienza’ e consisteva nell’abilitá a ben reggere le cose civili e in una prudenza attiva ed operosa. La qual maniera egli conservava, seguitando quasi per successione una setta da Solone instituita; ma quelli che vennero dopo, mescolata avendo tale maniera colle arti declamatorie dei fòro ed avendola fatta passare dalle operazioni ad un semplice esercizio di parole, chiamati furono ‘sofisti’»[3]. Da questo passo si raccoglie onde nascesse massimamente la singolare grandezza degli antichi, presso i quali la teorica non era disgiunta dalla pratica né l’azione dalla speculazione. Finché tale armonia durò, essi mantennero il privilegio dell’eccellenza; venendo meno quella, tralignarono da se medesimi, e i sapienti diventarono sofisti in Grecia, retori in Roma e declamatori. Ché se costoro degenerarono per aver disgiunto il pensiero e la parola dalle opere, i moderni incorrono per lo piú nel vizio contrario, separando a uso degli empirici l’esercizio della scienza dal culto suo. Di qui nasce principalmente la nullitá o mediocritá odierna degli uomini pratici, e quindi si corrobora la necessitá di dare una filosofia generosa per fondamento e per norma alla scuola civile italiana.