Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, II.djvu/571

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LA BUONA MOGLIE 561

SCENA II.
Cameriere d’osteria e detti.

Cameriere. Zitto, che siate maledette! Sempre strepiti sull’osteria. Favoriscano, signori, chi è di loro signori che ha nome Pasqualino?

Pasqualino. No me cognossè? Mi gh’ho nome Pasqualin.

Cameriere. Compatisca, son forestiere, È poco che io sono in Venezia; non la conosco.

Pasqualino. Cossa voleu da mi?

Cameriere. Vi è un certo vecchio colla veste nera e la barba lunga, che cerca di vussignoria.

Pasqualino. Oh povereto mi! Mio pare.

Lelio. Ditegli che non C’è. (al cameriere)

Pasqualino. Sì, diseghe che no ghe son.

Cameriere. Io, che so vivere, gliel’ho detto, ma egli vuole salire assolutamente.

Pasqualino. Cossa farogio, povereto mi? Cari amici, lassÈ che me sconda.

Arlecchino. Basta che la se contenta de pagar el disnar, e la se sconda quanto che la voL..

Pasqualino. Sì ben, pagherò. Lasseme sconder; andè via, lasseme qua mi; pagherò mi.

Lelio. Non abbiate soggezione...

Pasqualino. Velo qua ch’el vien. (si nasconde sotto la tavola)

SCENA III.
Pantalone e detti.

Pantalone. Buon pro, patroni. (va guardando se vede Pasqualino)

Arlecchino. Comandela, sior Pantalon? La resti servida; la senta sto vin, s’el ghe piase. (s’alza da tavola con un bicchier di vino)

Pantalone. No, ve ringrazio; fra pasto no bevo.

Arlecchino. No la me fazza sto torto. (gli offre un bicchiere di vino)

Pantalone. Ve son obbligà, come se l’avesse recevesto. (E pur i m’ha dito de seguro ch’el ghe xe). (da sè, osservando d’intorno

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