Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, VII.djvu/127

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LA CASTALDA 117

Corallina. Abbia la bontà di lasciarlo terminare la colazione.

Ottavio. Via di là, dico, ghiottone, villanaccio indiscreto. Hai tu bisogno d’andar a mangiare fuori di casa?

Arlecchino. Coll’occasion che in casa no se magna ...

Ottavio. Briccone, non mangi tu di quello che mangio anch’io?

Arlecchino. Sior sì, l’è vero.

Ottavio. Dunque di che ti lamenti?

Arlecchino. Me lamento che magnemo poco tutti do.

Ottavio. Pezzo d’asino! un mio servitore tutto il giorno a mangiare qua e là per le case?

Corallina. In campagna è lecito. Vi vanno i padroni, possono andar anche i servitori.

Ottavio. I miei servitori non hanno bisogno del vostro pane.

Corallina. Oh quanto fumo!

Ottavio. Che dite?

Corallina. Fanno il bucato; viene un fumo che non si può soffrire.

Ottavio. Presto; va al mio palazzo a spazzar le camere. (ad Arlecchino)

Arlecchino. Oh che fumo!

Ottavio. Come?

Arlecchino. No la sente? El bugado.

Ottavio. Animo, non fare che ti dia delle bastonate.

Arlecchino. Sentìu! bastonade, una delle tre piatanze. (a Corallina)

Ottavio. Vattene, disgraziato.

Arlecchino. Sior padron, una parola in segreto, e vado via subito.

Ottavio. Che vuoi?

Arlecchino. Sta mattina ho magnà ben. La polenta solita de casa la salveremo per doman. (piano ad Ottavio, e parte)

SCENA III.
Ottavio e Corallina.

Ottavio. Impertinente! Costoro non pensano che a mangiare, che a divertirsi, e non si curano di servir il padrone.

Corallina. Arlecchino, signore, non mi par cattivo figliuolo. É vero ch’egli è un poco semplice, ma qualche cosa da tutti