Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1907, I.djvu/664

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606 ATTO TERZO

Pantalone. Ghe digo la verità, e se la xe più de quell’umor, mia fia xe pronta a darghe la man.

Silvio. Oh cielo! Voi mi ritornate da morte a vita.

Pantalone. (Via, via, noi xe tanto bestia, come so pare). (da sè)

Silvio. Ma! Oh cieli! Come potrò stringere al seno colei che con un altro sposo ha lungamente parlato?

Pantalone. Alle curte. Federigo Rasponi xe deventà Beatrice so sorella.

Silvio. Come! Io non vi capisco.

Pantalone. Sè ben duro de legname. Quel che se credeva Fe- derigo, s’ha scoverto per Beatrice.

Silvio. Vestita da uomo?

Pantalone. Vestia da omo.

Silvio. Ora la capisco.

Pantalone. Alle tante.

Silvio. Come andò? Raccontatemi.

Pantalone. Andemo in casa. Mia fia non sa gnente. Con un racconto solo soddisfarò tutti do.

Silvio. Vi seguo e vi domando umilmente perdono, se trasportato dalla passione...

Pantalone. A monte; ve compatisso. So cossa che xe amor. Andemo, fio mio, vegnì con mi. (parte)

Silvio. Chi più felice è di me? Qual cuore può esser più con- tento del mio? (parte con Pantalone)

SCENA VI.

Sala della locanda con varie porte.

Beatrice e Florindo escono ambidue dalle loro camere con un ferro alla mano, in atto di volersi uccidere, trattenuti quella da Brighella e questi dal Cameriere della locanda, e s’avanzano in modo che i due amanti non si vedono fra di loro.

Brighella. La se fermi. (afferrando la mano a Beatrice)

Beatrice. Lasciatemi per carità. (si sforza per liberarsi da Brighella)