Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, II.djvu/55

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IL FRAPPATORE 49

Beatrice. (È curioso costui). (da sé)

Tonino. Me pareva e no me pareva... donna... femena!

Beatrice. Vi vuol tanto a capirlo?

Tonino. Donna! colle braghesse! oh cara! co te godo!

Beatrice. Adagio, adagio; non mi state a far l’insolente.

Tonino. Me xe vegnù el ballon sul brazzal, e la vol che perda una botta?

Beatrice. Siate prudente, altrimenti...1

Tonino. Mi vegno alle curte. Cossa fala qua in sta locanda? xela vegnuda a posta per mi?

Beatrice. Non signore, non vi ho nemmeno per il pensiero.

Tonino. No importa. Sala per cossa che mi son vegnù a Roma?

Beatrice. Per che cosa?

Tonino. Per maridarme.

Beatrice. E vi vorreste maritare così su due piedi?

Tonino. Mi son cussi; le mie cosse le fazzo presto.

Beatrice. Che cosa direbbe il signor Ottavio?

Tonino. Lo conossela sior Ottavio?

Beatrice. Lo conosco sicuro.

Tonino. No la ghe diga gnente, che avemo parla.2 Faremo le cosse in scondon.

Beatrice. Avete soggezione di lui?

Tonino. No gh’ho suggizion, ma gh’ho gusto che nol lo sappia.

SCENA VII.
Ottavio e detti.

Ottavio. (Che fa costui con Beatrice?) (da sé, non veduto)

Beatrice. (Mi divertisco moltissimo con questo sciocco). (da sé)

Tonino. Se me vorè ben, ve darò dei zecchini.

Beatrice. Avete del danaro dunque.

  1. Nelle edd. veneziane Savioli e Zatta il dialogo è abbreviato, così: «Tonino. Donna! colle braghesse! Beatrice. E che! vi è da farne le maraviglie? Ton. Mi vegno alle curte ecc.».
  2. Le parole di Tonino, che seguono, mancano nelle edd. veneziane.