Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/116

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


Florindo. Cara la mia signora madre, lasciate che io vi baci la mano. Averci bisogno di due zecchini. (piano a Beatrice)

Beatrice. Si, vieni, che ti darò tutto quello che vuoi. Sei parto di queste viscere, e tanto basta. (parie)

Florindo. Se non fosse l’amor di mia madre, non potrei divertirmi e giuocare quando io voglio. Mio padre è troppo severo. Oh care queste madri! Sono pur comode per li figliuoli! (parte

SCENA 111.

Ottavio e Lelio, poi Pantalone.

Ottavio. E così, signor Lelio, questo conto come va?

Lelio. Male, malissimo, che non può andar peggio.

Ottavio. E perchè?

Lelio. Perchè io non lo so fare.

Ottavio. Vedete se siete un animalaccio; siete come le ancore, che stanno nell’acqua e non imparano mai a nuotare.

Lelio. Ma come volete che io faccia il computo di queste monete, se non mi avete dimostrato che aggio facciano gli scudi di Genova?

Ottavio. Siete un ignorante. Ve l’ho detto altre volte. (PatìtaloTìe esce da una camera in dietro, e si trattiene ad ascoltare)

Lelio. Può essere che me l’abbiate detto, ma non me lo ricordo.

Ottavio. Perchè avete una testa di legno.

Lelio. Sarà così. Vi prego di tornarmelo a dire.

Ottavio. Le cose, quando le ho dette una volta, non le ridico più.

Lelio. Ma dunque come ho da fare?

Ottavio. O fare il conto, o star n.

Lelio. Io il conto non lo farò.

Ottavio. E voi non uscirete di qua.

Lelio. Ma finalmente non sono un piccolo ragazzo da maltrattarmi.

Ottavio. Siete un asino.

Lelio. Giuro al cielo, se mi perdete il rispetto, vi trarrò questo calamaio nella testa.

Ottavio. A me questo?