Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/168

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Pantalone. L’aveu visto? Gh’aveu parla?

Dottore. Sì, l’ho veduto e gli ho parlato.

Pantalone. Cossa diselo sto furbazzo? Cossa diselo sto desgrazià?

Dottore. Protesta e giura esser innocentissimo.

Pantalone. Zuramenti de sti baroni. Chi no gh’ha scrupolo de robar, no gh’ha scrupolo de zurar.

Dottore. O vostro figlio è il maggior scellerato della terra, o egli di questo fatto è innocente. Ha chiamato con delle orribili imprecazioni l’ira del cielo sopra di se, e giunse a dire: se io ho rubati li quattrini a mio padre, prego il cielo che un fulmine mi precipiti nell’inferno.

Pantalone. Zitto, no disè altro, che me fé inorridir.

Dottore. Egli si voleva affogare.

Pantalone. Oimei! Dove xelo? Dottor, disemelo, dove xelo?

Dottore. Quietatevi, signor Pantalone, che vostro figlio è in loco dove non può perire.

Pantalone. No me tegnì più in pena; diseme dove ch’el xe.

Dottore. Lelio vostro figlio è in casa mia.

Pantalone. In casa vostra? seguro?

Dottore. Assicuratevi che vi è senz’altro.

Pantalone. Sieu benedetto! El cielo ve ne renda el merito.

Dottore. L’ho ritrovato per strada piangente, disperato. Mi ha contato il fatto e mi ha intenerito. Per la buona amicizia che passa fra voi e me, ho procurato quietarlo e consolarlo. Gli ho data speranza che si verrà in chiaro della verità; che io parlerò a suo padre; che tutto s’aggiusterà; e abbracciandolo, come un mio proprio figlio, l’ho condotto alla mia casa e ho riportato in questa maniera ch’ei non si abbandoni a qualche disperazione.

Pantalone. Sieu benedetto. Ve ringrazio de la carità. Adesso mo xelo ancora da vu?

Dottore. Sì, è in mia casa; ma vi dirò che l’ho serrato in una camera, e ho portate meco le chiavi, perchè ho due figlie da marito, e non vorrei, per far un bene, esser causa di qualche male.