Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/319

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Brighella. Za che la xe in pagar debiti, la sappia che, co vago fora de casa, no me posso salvar: quattro ducati qua, tre là; a chi diese lire, a chi otto, a chi sie; s’ha da dar a un mondo de botteghieri.

Anselmo. E bene, che si paghino, che si paghino. Se quella borsa non basta, vi è ancor questa, e poi è finito. (mostra un’altra borsa, che è nello scrigno)

Brighella. De ventimile scudi no la ghe n’ha altri?

Anselmo. Per dir tutto a te, che sei il mio servitor fedele, ho riposto duemila scudi per il mio museo, per investirli in tante statue, in tante medaglie.

Brighella. La me perdona; ma buttar via tanti bezzi in ste cosse...

Anselmo. Buttar via? Buttar via? Ignorantaccio! Senti, se vuoi avere la mia protezione, non mi parlar mai contro il buon gusto delle antichità, altrimenti ti licenzierò di casa mia.

Brighella. Diseva cussi, per quello che sento a dir in casa; per altro accordo anca mi, che el studio delle medaggie l’ è da omeni letterati; che sto diletto è da cavalier nobile e de bon gusto, e che son sempre ben spesi quei denari, che contribuisse all’onor della casa e della città. (El voi esser adula? bisogna adularlo). (da sé, parie

SCENA II.

Il conte Anselmo solo. Bravo. Brighella è un servitore di merito. Ecco un beli’anello etrusco. Con questi anelli gli antichi Toscani sposavano le loro donne. Quanto pagherei avere un lume etemo, di quelli che ponevano i Gentili nelle sepolture de’ morti! Ma a forza (’) d’oro, l’avrò senz’altro. (1) Eldd. Bettin., Paper, ecc.: Ma scriverò per tutto il mondo e a forza ecc.