Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/87

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Pancrazio. Oh! se voi sapeste quanto tempo è che ci penso, e quante volte sono stato tentato di domandarvene una per uno de’ miei figliuoli?

Geronio. Questo sarebbe il maggior piacere che io potessi desiderare; sapete quanta stima fo di voi, e so, che non potrei collocar meglio una mia figliuola.

Pancrazio. Ma adesso non ho più faccia di domandarvela.

Geronio. No? Perchè?

Pancrazio. Perchè Florindo è ancora troppo giovane, e non ha tutto il giudizio; e poi egli è d’un certo temperamento, e che non (’) mi fa risolvere a dargli moglie. Aveva destinato che si accasasse Lelio, come maggiore, e che mi pareva di miglior condotta e giudizio; ma adesso non so che cosa mi dire. Questo fatto de’ trecento scudi mi mette in agitazione. Non vonei rovinare una -povera ragazza, e quel che non piacerebbe a me, non ho cuore di proporlo ad un altro.

Geronio. Voi non parlate male. Si tratta di un matrimonio. Si tratta della quiete di due famiglie. Procuriamo di venire in chiaro della verità. Formiamo un processetto con politica fra voi e me. Voi avete in casa dell’altra gente, avete della servitù. Chi sa, potrebbe darsi che qualcun altro fosse il ladro, e Lelio fosse innocente.

Pancrazio. Volesse il cielo che fosse così! In tal caso gli dareste una delle vostre figlie per moglie?

Geronio. Molto volentieri. Con tutto il cuore.

Pancrazio. Caro amico, voi mi consolate. Voi siete veramente un amico di cuore.

Geronio. II vero amico si conosce nelle occasioni, nei travagli.

Pancrazio. Ma i travagli sono spessi, e i veri amici sono rari.

Geronio. Amico, ci rivedremo. Sperate bene. Quanto prima sarò da voi. (parte)

Pancrazio. Sono in un mare d’agitazioni. (parte (I) Zatta: e non.