Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/281

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LA BOTTEGA DEL CAFFÈ 271


di mutar vita! Quante volte colle lagrime agli occhi mi ha incantata! Non gli credo più; è un traditore, non gli credo più.

Eugenio. (Freme tra il rossore e la rabbia. Getta il cappello in terra da disperato, e senza parlare va nella bottega interna del caffè.)

SCENA XXV.
Vittoria e Ridolfo.

Vittoria. Che vuol dire che non parla? (a Ridolfo)

Ridolfo. È confuso.

Vittoria. Che si sia in un momento cambiato?

Ridolfo. Credo di sì. Le dirò; se tanto ella, che io, non facevamo altro che piangere e che pregare, si sarebbe sempre più imbestialito. Quel poco di muso duro che abbiamo fatto, quel poco di bravata l’ha messo in soggezione, e l’ha fatto cambiare. Conosce il fallo, vorrebbe scusarsi, e non sa come fare.

Vittoria. Caro Ridolfo, andiamolo a consolare.

Ridolfo. Questa è una cosa che l’ha da fare V. S., senza di me.

Vittoria. Andate prima voi, sappiatemi dire come ho da contenermi.

Ridolfo. Volentieri. Vado a vedere; ma lo spero pentito. (entra in bottega)

SCENA XXVI.
Vittoria, poi Ridolfo.

Vittoria. Questa è l’ultima volta che mi vede piangere. O si pente, e sarà il mio caro marito, o persiste, e non sarò più buona a soffrirlo.

Ridolfo. Signora Vittoria, cattive nuove; non vi è più! E andato via per la porticina.

Vittoria. Non ve l’ho detto ch’è perfido, ch’è ostinato?

Ridolfo. Ed io credo che sia andato via per vergogna, pieno di confusione, per non aver coraggio di chiederle scusa, di domandarle perdono.