Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1909, IV.djvu/284

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274 ATTO TERZO


fitti. Arrossisco in pensarlo; andate al diavolo e non vi accostate più a questa casa.

Leandro. Ci verrò a prendere la mia roba.

Don Marzio. (Ride e burla di nascosto Leandro.)

Lisaura. La vostra roba vi sarà consegnata dalla mia serva. (entra e chiude la porta)

Leandro. A me un insulto di questa sorta? Me la pagherai.

Don Marzio. (Ride, e voltandosi Leandro, si compone in serietà.)

Leandro. Amico, avete veduto?

Don Marzio. Che cosa? Vengo in questo punto.

Leandro. Non avete veduto la ballerina sulla porta?

Don Marzio. No certamente, non l’ho veduta.

Leandro. (Manco male). (da sè)

Don Marzio. Venite qua; parlatemi da galantuomo, confidatevi con me; e state sicuro che i fatti vostri non si sapranno da chi che sia. Voi siete forestiere, come sono io, ma io ho più pratica del paese di voi. Se vi occorre protezione, assistenza consiglio e sopra tutto secretezza, son qua io. Fate capitale di me. Di cuore, con premura, da buon amico; senza che nessun sappia niente.

Leandro. Giacchè con tanta bontà vi esibite di favorirmi, aprirò a voi tutto il mio cuore, ma per amor del cielo, vi raccomando la segretezza.

Don Marzio. Andiamo avanti. .

Leandro. Sappiate che la pellegrina è mia moglie.

Don Marzio. Buono!

Leandro. Che l’ho abbandonata in Torino.

Don Marzio. (Oh che briccone!) (da sè, guardandolo con l’occhialetto)

Leandro. Sappiate ch’io non sono altrimenti il conte Leandro.

Don Marzio. (Meglio!) (da sè, come sopra)

Leandro. I miei natali non sono nobili.

Don Marzio. Non sareste già figliuolo di qualche birro?

Leandro. Mi maraviglio, signore, son nato povero, ma di gente onorata.

Don Marzio. Via, via: tirate avanti.