Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, VII.djvu/25

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sibile ch’io siami da me medesimo indotto a far cosa per cui io sentiva della repugnanza; io sono uno di quei compositori che dicono volentieri la verità: Pietro Cornelio mi piace assaissimo, perchè nelle sue Prefazioni soleva dirla, ed io in questo mi compiaccio assai d’imitarlo. Mi cadde in mente voler di Moliere medesimo, autor celeberrimo di Commedie, formare una Commedia. Lessi la di lui Vita; scelsi ciò che mi parve in quella più comico e più interessante, e diedi mano allo scrivere.

Il primo Atto lo feci in prosa, secondo il mio ordinario costume. Il soggetto però stravagante, i personaggi Francesi che lo componevano, il Protagonista autore, d’uno stile straniero, mi posero in soggezione, e scrissi in una maniera che potea forse riuscire aggradevole ai dotti, ma non avrebbe fatto colpo nell’universale. Lo stile si accostava un poco troppo al francese, i sali riuscivano delicati, il fraseggiare spiritoso e brillante, ma forse soverchiamente studiato, e quantunque potessi compiacermi di quello ch’io aveva scritto, l’esperienza fatta sul Popolo per tre anni, non mi lusingava di un esito fortunato. Allora a’ due partiti rivolsi l’animo, o abbandonare il soggetto, o migliorare lo stile, intendendo io per migliorare lo stile, renderlo grato a tutti, poichè quella io credo ottima cosa, la quale dal pubblico viene applaudita; osservai allora con maggior senso di prima, che tante moderne opere dei Francesi sono, mi sia permesso il dirlo, di scarsissimo intreccio, con un carattere appena, anche leggiermente dipinto1, eppure sono applaudite, unicamente forse perchè sono ben verseggiate. Il verso dunque (dicea fra me stesso) ha il maggior merito sul Teatro Francese, e perchè non potrebbe averlo sull'Italiano? Ma il verso dei Francesi è rimato; proviamo dunque a rimarlo, ed imitiamo il Martelli. Ecco come indotto mi sono a convertire in versi rimati quell’atto di commedia, che in prosa io aveva prima composto; e sembrandomi rimanerne contento, proseguii l’opera sino alla fine. M’ingegnai di coprire più che possibil fosse il difetto di tali versi, rendendoli facili e naturali; m’astenni da quelle trasposizioni, da

  1. Pap.: anche talor mal dipinto, sceneggiate senza artifizio, e con sentimenti che certamente non hanno quella sublimità che in molte altre s’ammira, eppure ecc.