Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, VII.djvu/325

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Arlecchino. Sior. (piangendo)

Brighella. Morìu volentiera?

Arlecchino. Sior no.

Brighella. Savi pur, che chi deserta, ha da morir.

Arlecchino. Mi noi saveva, e me despias d’averlo impara.

Brighella. Ma! ghe voi pazenzia.

Arlecchino. Sior sergente, quando i me mazzera, sonerali ci tam- buro?

Brighella. Certo, i lo sonerà.

Arlecchino. Pregh el ciel, che al tamburin ghe casca le man. BriGHEU^. Zitto, Arlecchin, che gh’ è bona speranza.

Arlecchino. Oh, el ciel lo voia, per le mie povere creature.

Brighella. Avi delle creature?

Arlecchino. Digo per quelle che posso aver.

Brighella. (Se vede che l’ è ignorante), (a Pantalone) Arlecchin, consoleve, la grazia l’ è fatta.

Arlecchino. Fatta?

Brighella. Sì, anemo, leve su.

Arlecchino. Deme man (i).

Brighella. Allegrezza, allegrezza. (tamburo suona)

Arlecchino. Aiuto, son morto. [si butta in terra, poi tutti partono

SCENA XII.

Camera in casa di Pantalone, con sedie, tavolino e due pistole. Don Garzia solo. Non son contento, se non distendo al suolo quel temerario di don Alonso ; o egli, o io, abbiamo in questo dì da morire. Non posso più vedermelo dinanzi agli occhi. Quando sono alla compagnia, e lo vedo, mi si rimescola il sangue. Darmi una spinta? A me quest’ insulto ? Ah ! giuro al cielo, sarei troppo vile, se tra- scurassi di vendicarmi. Eccolo, giunge opportuno. ( 1 ) P»p. ha invece : Oh cielo ! Oh terra ! Oh Giove !