Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, VII.djvu/374

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Beatrice. L’ ho fatta metter io quella sedia.

Lelio. Oh, molto tenuto alle grazie della signora Beatrice. (Que- sto sarebbe un bocconcino per me ; quattordicimila ducati di dote). (da sé)

Beatrice. Signor Florindo, ritiratevi in qua. (si accosta un poco) Tor- niamo al nostro discorso.

Florindo. (Questo signor Lelio non vorrei ... basta ...) (da sé)

Lelio. Signora Rosaura, quando vi fate sposa?

Rosaura. Non trovo nessuno che mi voglia.

Florindo. Eh, troverà.

Lelio. Eh, troverà, troverà.

Beatrice. Sì, sì, troverà. Venite qui, parlate con me. (a Florindo)

Florindo. Ma devo voltar la schiena alla signora Rosaura.

Beatrice. Eh, non abbiate questi riguardi. Ella parla col signor

Lelio.

Florindo. (Questo è quel ch’ io non vorrei). (da sé)

Lelio. (Oh, se mio padre volesse, potrebbe fare la mia fortuna !) (da sé

SCENA XVIII.

Pantalone e detti.

Pantalone. Con grazia, se poi vegnir? (di dentro)

Beatrice. Questo vecchio mi secca.

Lelio. (Ecco, se mi vede qui, è capace di sgridarmi), (da sé, s’alza)

Pantalone. Patrone reverite. (le donne s’alzano, e lo salutano) Sior Florindo, servitor suo. Oe, qua ti xe, bona lana? (a Lelio)

Lelio. Sono venuto a riverire la signora Beatrice.

Pantalone. E a st’ ora ti vien a far visite ? Mi xe un’ora che ho disnà, e ho disnà solo, perchè el sior fio no s’ ha degna de favorirme.

Lelio. Oh, vi dirò ...

Pantalone. Zitto, zitto, che pò la discorreremo. Ale disnà (a) elle, patrone? (a) Hanno pranzato.