Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, VII.djvu/455

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Rosaura. Lo volevo dire. Vi è qualche novità?

Lelio. Eh, novità ... Amico, ditelo voi, io non ho coraggio.

Florindo. Compatitemi, parlate voi. Io non voglio essere il primo.

Rosaura. (Oimè ! Mi mettono in apprensione). (da sé)

Lelio. Sappiate, signora mia ... Da galantuomo, non lo dico.

Florindo. Nemmen io certcìmente.

Rosaura. Via, signori, parlate. E accaduta qualche disgrazia?

Lelio. Oh, signora no. Siamo venuti a bere una bottiglia di Ca- narie, sapendo che ne avete del perfetto.

Florindo. Io non avevo coraggio di dirlo.

Lelio. Ecco, per causa vostra son divenuto rosso.

Rosaura. Mi avete fatto tremare. Ma non andate a cena?

Lelio. Eh, abbiamo cenato.

Florindo. Se sapeste dove!

Lelio. Se sapeste con chi !

Rosaura. Via, ora che mi avete posta in curiosità, parlate.

Florindo. Abbiamo cenato con la marchesa Beatrice.

Lelio. Se sapeste chi vi era a cena!

Rosaura. Già me l’ immagino : mio marito.

Lelio. Basta, non so niente. Non voglio metter male.

Florindo. Povera damina ! E voi qui a leggere un libro.

Rosaura. Questo libro vai più della vostra cena.

Lelio. Se provaste anche voi a godere un poco di mondo, non direste così.

Florindo. Che caro conte Ottavio ! Una sposa di questa sorta, lasciarla qui con un libro in mano.

Rosaura. Signori miei, i gusti sono diversi. Vi prego lasciarmi nel mio sistema,

Lelio. Oh sì. Non distolghiamo la Contessina dal piacer dei suoi libri. E una bellissima cosa veder una dama a leggere.

Florindo. Sì, in verità. Io godo (O quando ne vedo qualcheduna.)

Rosaura. Sono forse poche le donne che saimo?

Florindo. Seiranno moltissime, ma io non le conosco. (I) Bett.: arroaslico.