Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, VII.djvu/479

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LA MOGLIE SAGGIA 463

Lelio. Avete sentito quando io le ho detto: Signora, parlate bene? (a Florindo)

Florindo. Io sono stato in procinto di dirle delle belle cose.

Beatrice. Parlava dunque di me con poco rispetto?

Florindo. Io non dico che parlasse di voi.

Lelio. Noi non mettiamo del male.

Beatrice. Orsù, voi altri non volete per prudenza, ma io capisco bastantemente, che quella temeraria ha sparlato di me. (servitore esce di nuovo)

Servitore. Signora, è qui la signora contessa Rosaura, che vorrebbe riverirla. (prende le chicchere)

Beatrice. Non la voglio riverire. (s’alza)

Lelio. (Quest’incontro vuol essere un imbroglio per noi). (a Florindo)

Florindo. (Al ripiego). Fate dire che non siete in casa. (a Beatrice)

Beatrice. No. Dille che passi. (servitore via) Vo’ vedere che cosa pretende da me, e con qual ardire mi comparisce dinanzi.

Lelio. Amico, leviamo l’incomodo alla signora Marchesa.

Florindo. Sì, lasciamola in libertà.

Beatrice. Anzi vi prego di restare.

Lelio. Signora, permettetemi.

Florindo. Torneremo.

Beatrice. Se partite, mi digustate. Due cavalieri, come voi siete, non mi daran questo dispiacere. Desidero che siate testimoni di questa visita, e del mio ricevimento.

Lelio. (Siamo in un bell’impegno). (da sè) Signora, per obbedirvi resterò. Ma vi prego d’una grazia, non fate scene colla signora

Rosaura. Se le dite qualche cosa in nostra presenza, crederà che noi vi abbiamo riportato, e ci ponete in qualche brutto impegno.

Florindo. Eh, la Marchesina è una dama prudente.

Lelio. E poi in casa vostra che cosa le volete dire?

Florindo. Bisogna riflettere che anche il Conte se ne dorrebbe. Finalmente è sua moglie.

Beatrice. Basta; sentirò come parla, e mi regolerò sul fatto.