Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1910, VII.djvu/494

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Corallina. Eh no, signora ...

Rosaura. Vattene di questa casa, o ti farò gettare dalla finestra.

Arlecchino. Eh, anderò per la scala. Ma mi, signora ...

Rosaura. Va via, e se ci tomi più, ti farò romper le braccia.

Arlecchino. Obbligatissimo dell’ avviso. (Qua no i me vede più). (da sé, parte)

Corallina. Ma egli, signora mia ...

Rosaura. Colui non lo voglio in casa mia, e non voglio ch’ egli sappia il perchè. Vieni meco. (parte)

Corallina. Ora la capisco. Ne sa più di me. Oh, questa sì è una moglie savia e prudente ! (parte

SCENA XV.

Camera in casa della Mcirchesa. La Marchesa BEATRICE, poi il SERVITORE.

Beatrice. Più che rifletto alle parole artificiose di Rosaura, più sento al vivo le punture del suo ragionamento. Sono offesa e non so il modo di vendicarmi. Il Conte potrebbe farlo, ma non vorrà o non saprà, e a me non conviene sollecitarlo. Orsù, per primo capo di mia riputazione, tronchisi questa pericolosa amicizia. Si congedi il Conte, e più non venga in mia casa. L’ ho mandato a chiamare, e non viene. Anch’ io con un vi- glietto gli spiegherò il mio sentimento. Ehi. (chiama)

Servitore. Signora, è qui il signor conte Ottavio.

Beatrice. Venga, venga (che viene a tempo), (da sé) Non voglio altro scrivere, (servitore parte) Venga, ma per l’ ultima volta.

SCENA XVI (1).

// Conte Ottavio e detta.

Ottavio. Signora mia ...

Beatrice. Conte, in casa mia non ci venite più.

Ottavio. Come!... (I) E unita nell’ed. Beli, alia scena precedente.