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392 ATTO QUINTO
Milord. Capisco. La Brindè non vuol che in casa io vada.

Qual nuovo pensamento le cade in fantasia?
Son fuori di me stesso, non so dove mi sia.
L’attenderò.

SCENA XI.

Milord Wambert e Madama di Brindè dalla sua casa.

M. Brindè.  Signore. Eccovi a voi dinante

Quella di cui diceste poc’anzi essere amante.
Se ciò fìa ver, son pronta...
Milord.  Madama, permettete.
(passa alla sinistra con un complimento)
M. Brindè. Milord, troppo gentile. (con una riverenza)
Milord.  Fo il mio dover. Sedete.
(siedono su due scagni)
M. Brindè. Io vi dicea....
Milord.  Che pronta siete a gradir l’affetto...
M. Brindè. Tutto, milord, dirovvi, se aspetterete.
Milord.  Aspetto.
M. Brindè. Veggo per mia cagione un innocente oppresso.
Jacob è un uomo dotto; lo stimo, io lo confesso;
E confessar volendo tutto il mio core appieno,
Eguale alla mia stima è l’amor mio non meno.
Strano non è che il merto mi abbia ferito il petto.
Milord. Concludasi, madama.
M. Brindè.  Se aspetterete...
Milord.  Aspetto.
M. Brindè. Strano non è ch’io l’ami questo felice ingegno,
Ma l’amor mio non passa della ragione il segno.
Non vo’ colla mia mano, non vo’ coll’amor mio
Precipitare un uomo saggio, discreto e pio.
Al regno d’Inghilterra io sarò debitrice,
S’ei parte per me sola dall’Isola felice: