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394 ATTO QUINTO

SCENA XII

Il signor Saixon dalla bottega del librajo, i suddetti; e poi Birone.

Saixon.  Di Jacobbe non dassi un uom simile. (alla Brindè)

Saggio, discreto, onesto, giusto, prudente, umile.
La casa gli offerisco, ei franco la ricusa,
E di milord lo sdegno è l’unica sua scusa.
Milord, mi conoscete, io francamente parlo.
Jacobbe è un uom da bene. Mi preme di salvarlo.
Giustizia mi facea raccorlo nel mio tetto;
Ei degl’insulti ad onta per voi serba il rispetto.
Ma ovunque egli sen vada, ovunque egli sen stia,
Jacobbe, vel protesto, Jacobbe è cosa mia.
Merita ben che voi cambiate in sen lo sdegno;
Che abbiate maggior stima di un uom ch’è di amor degno.
Dovreste far con esso quello che ho fatto anch’io.
Cento ghinee gli ho date or con un foglio mio.
Se amor vi dà molestia, spiegatevi con lei:
Se io fossi innamorato, almen così farei.
Amore in vita mia però non mi diè pena.
Milord, ci siamo intesi. Madama, io vado a cena.
(entra in casa)
Milord. Ehi. (alla bottega del libraio)
Birone.  Signor.
Milord.  Di’ a Jacobbe che venga qui.
Birone.  Signore...
(con timidezza)
M. Brindè. Ditegli ch’egli venga; non abbia alcun timore.
(Birone parte)
Milord, nel vostro cuore che dice ora l’affetto?
Milord. Nol so.
M. Brindè.  Saper vorrei
Milord.  Se aspetterete...
M. Brindè.  Aspetto.
Milord. (Va a sedere sopra una panca.)