Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/144

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SCENA VI.

Orazio e detti.

Orazio. Servitor umilissimo di lor signori.

Dottore. Servo divoto.

Ridolfo. Amico, come state?

Orazio. Ai comandi del signor capitan tenente.

Ridolfo. Obbligato dell’onore che voi mi fate. Capisco che mi volete assegnare il posto di primo capitano del reggimento.

Orazio. Voi meritate assai più. Ma col tempo... Chi sa? Se non avessi certi impegni... Basta, sapete che io vi stimo e vi amo.

Dottore. Favorisca, signor capitano.

Orazio. Che mi comanda il signor auditore?

Dottore. In erba.

Orazio. Eh, in erba! L’erba è finita; il frutto è maturo; siamo alla raccolta vicini.

Dottore. Queste patenti vengono?

Orazio. E venuto altro che patenti!

Dottore. E che cosa è venuto?

Ridolfo. Denari eh, signor colonnello?

Orazio. Denari a sacchi.

Dottore. Rallegriamoci un poco. L’oro consola.

Orazio. Eccoli qui. (mostrando alcuni fogli a guisa di cambiali)

Dottore. Della carta guardi quanta ne ho ancor io.

Ridolfo. Oh, la vostra carta vai poco. Val più un pezzo di quella del signor colonnello.

Orazio. Ehi, tremila. (mostrando a Ridolfo una cambiale)

Ridolfo. E sarà la minore.

Dottore. Tremila di che, signor capitano?

Ridolfo. Potreste dirgli signor colonnello.

Orazio. Tremila zecchini, signor auditore.

Dottore. Pagabili?...

Orazio. A vista.

Dottore. Da chi?

Orazio. Da Salamone Rocca. Lo conosce?