Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/167

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Orazio. Servitor devotissimo. (in alto di partire)

Pantalone. Dove andeu?

Orazio. A battermi col primo che incontro.

Pantalone. Per che rason?

Orazio. Per la disperazione in che mi mette la crudeltà di un suocero ingrato. (come sopra)

Pantalone. Vegnì qua, fermeve. (Se l’incontra mio fio, el lo sbudella a drettura). (da sè)

Orazio. E bene, che risolvete?

Pantalone. Aspettè un pochetto... sento zente.

Orazio. Che qui non venga nessuno. Che non interrompano gli affari nostri.

Pantalone. Xe el dottor Polisseno con so fradello; l’oggio da mandar via?

Orazio. No, che vengano. Son buoni amici.

Pantalone. (Manco mal, per adesso ho schiva l’impegno), (da sè

SCENA VI.

Il Dottore Polisseno, Ridolfo e detti.

Ridolfo. Riverisco il signor Pantalone; m’inchino al signor co- lonnello, (ad Orazio)

Pantalone. Ghe son servitor.

Orazio. Con tutto il cuore. (abbracciando Ridolfo)

Dottore. Amico, compatite s’io vengo a darvi incomodo. Mio fratello mi ha condotto, posso dire quasi per forza, senza volermi dire il perchè; eccolo qui, ora ci dirà egli il motivo. (a Pantalone)

Ridolfo. Sì signore, or ora il saprete. (al Dottore)

Dottore. Confesso il vero, ho un poco di curiosità.

Ridolfo. Signor Pantalone, vedendomi qui unito col signor colon- nello, desidero sapere se niente avete concluso circa la richiesta fattavi della figliuola vostra.

Pantalone. Ghe dirò, patron... (a Ridolfo)

Orazio. Sì, amico, me la darà. (a Ridolfo