Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/171

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nello, (s’inchina con affettazione) pretende soddisfazione, vuol far valere le sue ragioni, ed ha seco un buon numero di persone capaci di sostenerle.

Dottore. (Sia ringraziato il cielo). (da sè)

Pantalone. Sentela, sior capitanio? Sior colonnello, sentela?

Orazio. Vi fa apprensione un fanatico?

Ridolfo. Niente, signor Pantalone, siamo qui noi.

Ottavio. Sale che el xe un muso capace de non aver paura de diese?

Dottore. E poi, se ha degli amici con lui, bisogna temere qualche cosa di grande.

Orazio. Lo farò arrestare dà miei soldati.

Ridolfo. Lo bastoneremo colle nostre mani.

Dottore. Voi vi farete ammazzare.

Ridolfo. Che ammazzare! Che sapete voi di queste cose, voi che non siete buono ad altro che a maneggiare la penna? Andiamo, signor colonnello, andiamo a far ritirare quest’in- solente.

Orazio. Andate innanzi, amico, fate voi la scoperta; in ogni peri- colo sarò sollecito al vostro fianco.

Dottore. Perdoni, signor capitano, toccherebbe a lei, in un caso simile, a metterlo in soggezione.

Ottavio. No, caro signor Dottore, la vita degli eroi è troppo preziosa, non si arrischia per così poco. (ironicamente)

Orazio. Signor Pantalone, vostro figliuolo non è sazio ancor d’in- sultarmi.

Pantalone. Orsù, qua se perdemo in chiaccole, e no se fa gnente; anderò mi a veder cossa che pretende sto sior, e sibben che son vecchio, no gh’ho paura, perchè se no so doperar la spada, gh’ho tanta lengua, che basta da dir le mie rason a fronte de chi che sia. (parte)

Ottavio. Non voglio lasciar solo mio padre in un impegno di questa sorta. (parte